LINTERVISTA/ LOscar David Seidler: “cedere” allamicizia abbatte le barriere. Vi racconto il “mio” Discorso del Re

- int. David Seidler

DAVID SEIDLER ha vinto il Premio Oscar per la sceneggiatura del film Il discorso del re. In questa intervista ci parla di sé, del suo lavoro e dà un giudizio sul cinema italiano

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Lo sceneggiatore Premio Oscar, David Seidler
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Ha vinto il premio Oscar per la miglior sceneggiatura per Il discorso del Re, celeberrimo film diretto da Tom Hooper, che si è guadagnato altre tre statuette nel 2011 (in tutto contava su 12 nomination). David Seidler è stato ospite dellUniversità Cattolica di Milano, presso cui ha tenuto la lectio magistralis in occasione dellinaugurazione del Master di I livello in scrittura e produzione per la fiction e il cinema diretto da Armando Fumagalli: in questa intervista a ilsussidisario.net, Seidler racconta come è nata lidea di raccontare una pagina in un certo senso scomoda della storia della monarchia britannica, ma da cui emerge unamicizia straordinaria. Per lo sceneggiatore è stata anche loccasione di ripercorrere la sua esperienza personale, da cui è nato un vero e proprio capolavoro del grande schermo. Lo sceneggiatore non risparmia una lucida analisi dello stato dellarte del cinema italiano e rivela che sta lavorando a un film con una protagonista che vi stupirà.

Lei ha detto di aver sempre desiderato scrivere qualcosa su Giorgio VI, un suo eroe di infanzia per la sua balbuzie, un problema che ha avuto anche lei in gioventù. Quanto di ciò che ha scritto nella commedia e nella sceneggiatura per il film Il Discorso del Re è autobiografico?

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Di solito si suggerisce ai giovani scrittori di scrivere di ciò che conoscono. Il rischio è di prendere questo suggerimento troppo alla lettera e di pensare che bisogna scrivere di sé in quanto tali. Qualcuno può riuscirci: Proust ha fatto dellanalisi dei suoi ricordi della infanzia il lavoro di una vita. Io non ci riesco, non riesco a concepire che ci sia un pubblico interessato alla mia vita in quanto tale, ma come scrittore mi sento obbligato a raccontare le mie storie.

Come ci riesce?

Lo faccio, ma in modo mascherato, raccontando la storia di un altro in cui, però, posso identificarmi, o che coincide con una mia esperienza. Così, ho scritto sulla mia esperienza di bambino balbuziente, ma non ho scritto del piccolo David, la cui storia avrebbe potuto non interessare. Ho scritto di un re, anzi, di una persona costretta a diventare re, anche se non voleva e non si sentiva preparato per fare il re in un periodo in cui il suo Paese era minacciato. La posta in gioco era molto alta e tale da attrarre lattenzione della gente, ma si trattava della mia stessa esperienza.

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Quali sono le differenze tra scrivere una storia basata su fatti storici e una inventata? E lei cosa preferisce?

Io scrivo entrambi i tipi di storie, anche se la maggior parte dei miei progetti sono basati su fatti storici. Io amo la storia e sono affascinato dai suoi angoli, da quei piccoli corridoi laterali che sono visitati raramente. La gente non li conosce e sono, quindi, storie nuove. È più facile scrivere di storia, perché la si conosce ed è importante, perché la gente la ricorda, ma a me piace anche scrivere di storie inventate, qualcosa di completamente mio. In entrambi i casi si affrontano delle sfide: per le storie reali, la sfida è di costringerle nella struttura dei tre atti, mentre per le storie inventate occorre crear loro una struttura.

 

In questo caso particolare, mi risulta ci sia stato qualche problema nell’ottenere l’autorizzazione della famiglia reale a trasporre in film la storia. Come ha fatto a ottenere il materiale e a realizzare un film che è piaciuto anche a Elisabetta II?

 

In effetti, non mi ha rinchiuso nella Torre di Londra….Avevo letto abbastanza per sapere che Lionel Logue, il logopedista, era molto importante, anche se non sapevo nulla di lui. Nel 1980, ho chiesto aiuto a un0amica a Londra, che credo si sia limitata a guardare sull’elenco telefonico, ma ha trovato l’indirizzo di un figlio, Valentine Logue, disponibile a farmi consultare tutti i taccuini del padre su questo caso. Avevo trovato il Santo Graal! C’era un problema, tuttavia: dovevo scrivere alla Regina Madre per la sua autorizzazione. La regina mi disse di aspettare dopo la sua morte. È qui che i miei amici americani si resero conto che ero inglese. Uno scrittore americano non se ne sarebbe preoccupato, ma se la Regina Madre chiede a un inglese di aspettare, lui aspetta. Non pensavo di dover aspettare molto, dato che era anziana: invece ho dovuto aspettare 25 anni!

 

Lei ha detto che aver fatto Tucker (con Coppola) le ha cambiato la vita e le ha dimostrato che avrebbe potuto farcela anche a Hollywood. Cosa è successo?

 

Il primo passo avanti è stato l’incarico da Francis Coppola di scrivere Tucker. Quando è successo, mi sono messo a ballare per ore, perché sapevo di avercela fatta. Quello che non sapevo era che ci avrei messo dieci anni a fare il film. Se fosse stato realizzato più rapidamente, la mia carriera sarebbe stata del tutto diversa. Invece, la mia vita sembra svolgersi in lenti, lunghi viaggi.

 

Dopo aver vinto un Oscar, sente di essere arrivato al culmine della sua carriera?

 

Non si è mai al culmine, c’è sempre un’altra montagna. Come nella filastrocca infantile “L’orso scalò la montagna”, c’è sempre un’altra montagna dall’altra parte. Io sono l’orso che scala le montagne.

 

Lei ha incontrato studenti che vogliono diventare sceneggiatori. Quali sono i suoi consigli per loro?

Non so se risulterò utile. Comunque, il consiglio è: scrivere, scrivere, scrivere. Con tutto il rispetto per l’università, si possono frequentare tutti i corsi del mondo, ma se non si scrive non si impara nulla. Si devono fare errori, affrontare fallimenti, bisogna riguardare quanto fatto tre giorni prima e rendersi conto che è terribile. Questo è il solo modo per imparare.

 

Il film è la storia di un’amicizia e di come questa amicizia ha cambiato la storia. È realmente questo che è accaduto ad Albert, poi Re Giorgio?

 

Sì, è stata l’amicizia. Il re era un uomo che non aveva mai avuto un amico. Logue è stato il suo primo vero amico, a parte Elizabeth, sua moglie. È interessante che quando era con lei non balbettasse. L’amicizia ha cambiato l’uomo e lui ha cambiato la storia. Questo era il segreto della tecnica di Logue: abbattere le barriere. Questo era dietro la sua insistenza nell’usare i nomi propri e di comportarsi alla pari durante le sedute. All’inizio al re questo non piaceva, ma alla fine la resistenza cade e il re cede all’amicizia.

 

Anche le imprecazioni, come nella famosa scena in cui Logue fa imprecare Re Giorgio, servono ad abbattere le barriere?

 

Qui si tratta di qualcosa di un po’ diverso. Tutto ciò che ho descritto circa le sedute è molto accurato e rispecchia le tecniche usate da Logue, tranne proprio per questa scena. Non ho nessuna prova che ciò sia realmente accaduto, questa scena è autobiografica. È il modo in cui io ho superato la mia balbuzie. Avevo sedici anni e l’adolescenza e gli ormoni stavano colpendo. Ero incapace di chiedere appuntamenti alle ragazze e anche se ci fossi riuscito e loro mi avessero detto di sì, a cosa sarebbe servito, visto che non ero in grado di parlare con loro? Ero scombussolato e molto arrabbiato. Mi sono ritrovato a saltare su e giù dal letto urlando f…. tutti! Se sono obbligato a balbettare, voi siete obbligati ad ascoltarmi! Ho una voce e voglio essere sentito! Nel giro di due settimane ho smesso di balbettare.

 

Su cosa sta lavorando attualmente?

 

Ho venduto alla Nbc l’idea per una serie chiamata “Uccidete George Washington”. Sponsorizzata dal Tea Party… Si tratta della Rivoluzione americana e di Washington visti con gli occhi degli inglesi, che considerano la rivoluzione la rivolta di un gruppo di terroristi e Washington alla pari di Osama bin Laden. Poi, e la prego di non ridere, sto scrivendo un film per Lady Gaga. Sto cambiando il mio nome in Lord Gugu. Le ho detto di non ridere!

 

Mi scusi. Di cosa tratta il film?

 

Lady Gaga vuol recitare la parte di Isabella Blow, un’inglese che è stata molto importante nel mondo della moda negli anni ‘90 e ha scoperto personaggi come McQueen, Philip Treacy, e altri nomi importanti del settore.

 

Dato che siamo in Italia, può dirmi la sua opinione sul cinema italiano?

 

Ho adorato il cinema italiano e ho visto tutto quello che gli italiani hanno fatto negli anni ‘60 e ‘70. Purtroppo, non sembra che ci sia in giro molto cinema italiano, adesso, ed è un gran peccato. In parte è colpa dell’America. In quegli anni in tutte le grandi città c’erano piccoli cinema d’essai; i giovani e gli intellettuali non andavano a vedere i film americani, ma a vedere i film stranieri e i migliori venivano dall’Italia. Ora questi cinema sono spariti, ne sono rimasti pochissimi. A Los Angeles ora ce ne sono solo due. È diventato così difficile per il cinema italiano fare abbastanza soldi per giustificar la propria esistenza.

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