ACCIAIO/ Dal libro al cinema, un “lavoro” salva il film di Mordini

- Ilenia Provenzi

La trasposizione cinematografica non rende lo spessore delle vicende e dei personaggi creati da Silvia Avallone nel suo romanzo vincitore del Campiello 2010. La recensione di ILENIA PROVENZI

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Una scena del film

Il libro vincitore del Premio Campiello 2010, Acciaio, diventa un film diretto da Stefano Mordini, che prova a trasferire sullo schermo il mondo, le vicende e i personaggi creati dalla scrittrice Silvia Avallone. Il romanzo ha fatto parlare di sé per aver dato voce alla classe operaia, in un momento in cui ai problemi del lavoro i media dedicavano pochissimo spazio. Forse nessuno. Adesso le cose sono cambiate, ma le soluzioni appaiono sempre molto lontane.

Acciaio è ambientato a Piombino, in mezzo ai lavoratori dellacciaieria Lucchini. La tematica sociale si intreccia con le inquietudini esistenziali di due adolescenti che sognano un futuro migliore di quello delle loro famiglie, e si chiedono perché mai sia necessario andare da qualche altra parte per ottenerlo. Perché non si possa restare dove si è nati. Bella domanda.

Le ragazze si chiamano Anna e Francesca (interpretate dalle brave attrici esordienti Matilde Giannini e Anna Bellezza), vicine di casa e amiche da sempre, il cui legame è messo a dura prova dalle prime esperienze damore. I loro genitori litigano con la vita: il padre di Anna sparisce per lunghi periodi e torna con del denaro recuperato chissà dove, la madre lo aspetta con aria rassegnata. Almeno il fratello sembra soddisfatto del suo lavoro nellacciaieria, non aspira ad altro, se non allamore di una coetanea (Vittoria Puccini), tornata a Piombino dopo un periodo di lontananza. Con Francesca, il destino è stato più duro. Il padre la picchia e, quando Anna si prende una cotta per un ragazzo più grande, sfrutta la sua bellezza per sedurre gli uomini, manifestando così il suo disagio.

Il legame tra le due amiche è lunico filo che si allenta ma non si spezza, mentre la storia si avvia verso il drammatico finale. E questa amicizia è raccontata attraverso una serie di scene giustapposte che, nonostante la bella fotografia, non riescono a trascinare lo spettatore e a coinvolgerlo nella storia. Tra le tematiche sociali e i tormenti adolescenziali, ciò che si perde è la struttura narrativa, che risulta debole e sfilacciata.

Più documentario che narrazione, il film imbocca con decisione la strada del realismo e dimentica invece quella della poesia, della ricerca stilistica e della raffinatezza metaforica. Il regista sceglie di concentrarsi sull’ambiente della fabbrica e sul quartiere operaio, insistendo sull’immagine del fuoco, ma si perde in troppi temi e suggestioni che non riescono mai ad arrivare al cuore.

La parte migliore, forse, è proprio quella finale, che suscita una riflessione più universale. Se il lavoro è un mezzo attraverso il quale l’uomo costruisce qualcosa nel mondo, la “colpa” della sofferenza (se di colpa possiamo parlare) non sta negli oggetti. Il caso, le scelte e il carattere contribuiscono a tracciare la mappa del destino, ma la decisione che rimane da prendere è come vogliamo vivere e affrontare la realtà intorno a noi.

Perciò, l’immagine più intensa del film non è la fabbrica, ma l’acqua. Il mare che lambisce la spiaggia e che separa il presente rassegnato del quartiere dal futuro sognato dai ragazzi, quell’isola d’Elba che si profila come la Terra Promessa, dove trasportare i propri sogni. Un luogo in cui l’amicizia sopravvive portando nuove speranze e il cambiamento sembra, nonostante tutto, ancora possibile. 

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