FRANOIS TRUFFAUT/ Il regista dei registi celebrato con il doodle di Google

Oggi si festeggia lottantesimo anniversario della nascita di uno dei più grandi cineasti, celebrato anche dal Google Doodle. LEONARDO LOCATELLI ne propone un ritratto

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(Foto Fotolia)

con la scena finale de I quattrocento colpi (1959), il film che consacra François Truffaut nellOlimpo del grande schermo, che Google, attraverso il Doodle odierno, celebra lottantesimo anniversario della nascita di uno dei grandi maestri del cinema francese e non solo. François Truffaut viene ricordato come uno dei cineasti che hanno cambiato lo sguardo della macchina da presa, ma la sua passione per le narrazioni sul grande schermo nasce dalla professione di critico; solo in un secondo tempo il maestro è passato alla realizzazione di film. Ci propone un fermo immagine e un ricordo Leonardo Locatelli, esperto e appasionato di cinema, che ci svela perché Truffaut possa essere definito il regista dei registi. Ciò che ha reso grande tutta lopera di Truffaut – spiega Locatelli – è stata la sua passione e la sua grande attenzione al cinema scritto, alla lavorazione che precede e indirizza il lavoro dietro la macchina da presa. Il grande cineasta francese deve infatti la sua formazione ai Cahiers du cinema, movimento di autorevole critica cinematografica che ha riferimento ad Andrè Bazin, esploso negli anni Cinquanta, che ha poi preparato il terreno alla Nouvelle Vague, corrente cinematografica di rottura rispetto al passato, i cui esponenti hanno voluto che il cinema raccontasse il vero. Uno sguardo dirompente e nuovo proposto sul grande schermo, ben rappresentato proprio da unopera di Truffaut, Effetto notte (1973), film in cui il cinema racconta il cinema (la storia narra le vicende di una troupe alle prese con una lavorazione di un flim), che può essere considerato il manifesto della scuola di cinema francese nata negli anni Sessanta.

Sono stati infatti François Truffaut, Jean-Luc Godard e Jacques Rivette i tre più grandi e rappresentativi esponenti della Nouvelle Vague. Ed è stato il gruppo di autorevole critica legato ai Cahiers – spiega Locatelli – caratterizzato da questa grande attenzione al cinema scritto a  far nascere una nuova corrente di cui il maestro francese può essere considerato uno dei grandi maestri. François Truffaut è stato inoltre autore di uno dei libri più significativi sul cinema, definito da alcuni critici il più divertente libro di cinema che sia mai stato scritto.  Si tratta de “Il cinema secondo Hitchcock” che, come spiega Locatelli, è una lunga e interessantissima intervista al maestro del ‘brivido’  in cui Truffaut e Alfred Hitchcock, entrambi amanti del cinema scritto, parlano di cinema in modo non usuale. Ancora oggi è uno dei volumi più letti nelle scuole di cinema e considerato uno dei libri che ha segnato la storia del grande schermo.  

Tra le caratteristiche forse più singolari e che rendono unica lopera di Truffaut  – dichiara Locatelli – e per cui ancora oggi è molto apprezzato è laver raccontato sul grande schermo il mondo dei giovani e delladolescenza, come ne I quattrocento colpi, il film che oggi diventa simbolo della filmografia del maestro francese. per questo aspetto della sua opera che infatti Truffaut può essere definito regista dei registi. E Locatelli ci ricorda un curioso aneddoto.

“Nel 1977 Steven Spielberg ha realizzato Incontri ravvicinati del terzo tipo, uno dei lavori che ha segnato il genere del cinema di fantascienza, che aveva come primi destinatari i giovani. Proprio per la grande capacità che Truffaut ha rivelato, ne I quattrocento colpi, di saper  raccontare con sensibilità il mondo giovanile, in particolare il difficile passaggio dell’adolescenza, Stevan ha voluto che il maestro francese recitasse, avesse un ruolo, in Close Encounters of the Third Kind”. Truffaut ha infatti ricoperto il ruolo di Claude Lacombe, lo studioso francese che studia gli Ufo per conto del Governo americano.

Critico, regista, attore, ma soprattutto un maestro amato ancora oggi, che avrebbe compiuto ottant’anni, da tutti coloro che, almeno una volta nella vita, con successo o meno, hanno cercato di raccontare il mondo attraverso l’occhio della macchina da presa.

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