MARGIN CALL/ Un film sulla finanza alla scoperta dei “buoni” e dei “cattivi”

- Maria Luisa Bellucci

Chi guarda il film di Chandor, spiega MARIA LUISA BELLUCCI, può stare dalla parte dello spietato squalo dellalta finanza come delleroe solitario che si sacrifica per salvare la società 

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Una scena del film Margin Call

Nessuno pensa mai che il peggio possa realizzarsi da un momento all’altro. Forse ancor di più nel cuore della finanza americana e mondiale, New York City, dove un brulicare di persone si muove alla velocità della luce su marciapiedi affollati di lavoratori e turisti, tra la luce del sole e i neon della notte. Perché per tutti, in un modo o nell’altro, il tempo è denaro. C’è chi, però, con il denaro ci sopravvive e chi, invece, con il denaro ci lavora. Come Eric Dale (Stanley Tucci) che, pur godendo di una posizione privilegiata all’interno di una banca di credito finanziario, viene licenziato senza preavviso una mattina qualunque. Nonostante abbia per le mani un lavoro della massima importanza e di cui nessuno è ancora a conoscenza, soprattutto perché le leggi dei tagliatori di teste sono spietate e non concedono tempo.

Nemmeno il suo capo lo ascolta con la debita attenzione. Tranne Peter Sullivan (Zachary Quinto), giovane analista cui Dale consegna una chiavetta. La Chiavetta. Quella che nasconde le ragioni del disastro finanziario già in atto e che a breve si abbatterà sulla società e a effetto domino su Wall Street, travolgendo chiunque, dai più importanti affaristi agli ignari risparmiatori. Cambiando le regole del mercato finanziario. Accade così che, mentre gli altri sopravvissuti alla giornata di licenziamenti festeggiano nei club della Grande Mela, Sullivan si mette al lavoro. Aggiunge all’analisi di Dale i numeri mancanti e e la situazione diventa cristallina. Al punto da rendere indispensabile una riunione notturna tra i vertici della società per trovare una soluzione al crollo.

Non per evitarlo, ma per uscirne nella maniera migliore. Che salvi gli squali, prima di tutto. Anche se questo implica sacrificare i poveracci. Dipendenti o gente comune che siano. La finanza non è solo spietata e cinica, come già ci aveva raccontato Wall Street – Il denaro non dorme mai (Oliver Stone, 2010). soprattutto precaria. E il grande merito di J. C. Chandor, all’esordio con il suo primo lungometraggio, è di descrivere l’universo economico in cui tutti, in maniera più o meno consapevole viviamo, con lucidità matematica. Facendo sì che, nonostante i termini da alta finanza e numeri per i più, forse, inafferrabili, lo spettatore riesca a immergersi completamente nella dura, cinica ma instabile tela finanziaria. Restando emotivamente ingarbugliato in una struttura drammaturgica davvero ben costruita e che, merito anche del cast di tutto riguardo che attraversa il film, non lascia spazio a distrazioni.

Ci si ritrova, così, completamente travolti dall’imminenza del disastro e a condividere la tensione di un equilibrio instabile. Che tenta di non cedere, pur camminando su di un filo non troppo resistente a centinaia di metri d’altezza. L’adrenalina del momento è alta e non si prova quasi mai la nausea delle vertigini. Dipende da quale personaggio si decide di spalleggiare. Ci sono gli “squali” John Tuld (Jeremy Irons) e il “bambino prodigio” Jared Cohen (Simon Baker), per cui il denaro è un lavoro. È solo carta che serve a far in modo che non ci si scanni, per citare Tuld. Numeri su cui speculare e con cui guadagnare, nascondendosi nemmeno troppo bene dietro il servizio che il loro lavoro offre alla gente, ovvero “vendere” alle persone qualsiasi ciò di cui hanno bisogno, che sognano, ma che non potrebbero mai permettersi se non ci fossero loro.

Quando tutto salta, però, quando i modelli astratti su cui la finanza si è basata diventano cenere, l’unica preoccupazione è salvare se stessi. “Oggi cambiamo la storia dei mercati. Ma da tutto questo crollo faremo un sacco di soldi”. Parole dure pronunciate da Tuld davanti a un pranzo “milionario” mentre la maggior parte dei suoi dipendenti lascia il palazzo scatole di cartone in mano.

Poi ci sono i “buoni”. Quelli che hanno sacrificato la propria vita al servizio del lavoro e ora sono soli. Come Sam Rogers (Kevin Spacey), in bilico tra il bene della società ed il bene comune. O Eric Dale e Peter Sullivan, due lavoratori, prima di ogni altra cosa, che hanno nel sangue il senso dei numeri. Non come Tuld e Cohen, per cui il denaro è quasi un’entità astratta. Dale e Sullivan piegano testa e matematica al servizio della gente comune. Sanno coscienziosamente che ogni numero ha un valore che, insieme ad altri, è in grado di realizzare una ragnatela strutturale che ci sorregge. Per questo hanno anima e cuore per preoccuparsi delle conseguenze disastrose che le loro azioni finanziarie possono avere sugli altri.

Per loro, i “buoni”, il denaro è un mezzo per pagarsi il mutuo, per intenderci. Nel mezzo di questo mare c’è chi, infine, come Will Emerson (Paul Bettany) e Seth Bregman (Penn Badgley), ha crisi di coscienza. Assiste da spettatore  inerme a quanto sta per accadere, se ne preoccupa, ma non riesce a farsene coinvolgere. È la legge della sopravvivenza. In virtù della quale è molto più saggio, comodo e meno doloroso adeguarsi. Ascoltando la parte cinica di se stessi. 

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