LOVE AND SECRETS/ Un film sui segreti capaci di “intrappolare” un uomo

- Maria Luisa Bellucci

Love and secrets racconta la storia vera di Robert Durst, sospettato, ma mai condannato, della scomparsa di sua moglie Katie nel 1982. La recensione di MARIA LUISA BELLUCCI

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Una scena del film Love and secrets

New York City, inizio anni ’70 e i segreti, le ombre, i fantasmi che si nascondono dietro ad un matrimonio apparentemente perfetto. Almeno all’inizio. Quello tra David Marks (Ryan Goslin) e Katie (Kirsten Dunst), una giovane studentessa, bellissima nella sua semplicità. Con cui la ragazza cattura il cuore ma non ne scioglie i nodi della mente del rampollo di una delle famiglie di immobiliaristi più in vista della città. Time Square, il cuore della Grande Mela, è quasi totalmente in mano loro, per intenderci. Tra appartamenti fatiscenti e bordelli affollati.

amore a prima vista, quello tra David e Katie. Un sentimento puro ed essenziale, come la vita che decidono di condurre, scappando dal caos esistenziale della metropoli per rifugiarsi nel Vermont, dove costruiscono ed aprono un negozio di prodotti biologici. I fantasmi, però, le ombre di un passato ingombrante, quello del giovane David, non tardano a bussare alla loro porta, distruggendo ogni cosa. A riportarli in vita è il padre del ragazzo, Sanford Marks (Frank Langella), personalità autoritaria, subdola e manipolatrice. Che, per ricondurre David ai doveri verso la famiglia di origine, fa leva sull’amore fragile e colpevole che il ragazzo ancora nutre per la figura materna. Paragonando la giovane moglie alla madre. Lei si merita di più. E’ bella, come tua madre. Una parola, un’immagine, un ricordo che apre una voragine di dolore da cui David stava cercando di scappare ricostruendosi una vita propria. Tutto ha inizio in quel preciso istante. La morte suicida, quando David era ancora un bambino, di sua madre. E’ questo il primo grande segreto. Il buco nero che intrappola lo slancio verso un futuro di felicità.

Love and secrets racconta la storia vera di Robert Durst, sospettato, ma mai condannato, della scomparsa di sua moglie Katie nel 1982. Uno dei casi più noti di persone mai più ritrovate nella New York di allora e di oggi. Tragedia cui fecero da corollario altre due omicidi sospetti, rimasti in parte sospesi nell’indeterminatezza delle colpe. Soprattutto, questo, che è il primo lungometraggio di Andrew Jarecki, noto per il documentario Una storia americana che gli valse molti riconoscimenti internazionali oltre che una candidatura all’Oscar, è un viaggio nella mente malata di un uomo che tenta di scappare del proprio passato, ma le catene di quanto ha dovuto osservare sono più forti del suo bisogno di felicità. 

Della necessità di sciogliere i nodi che lo indeboliscono al punto da non riuscire a sottrarsi al potere manipolatore di allora, come di oggi, del padre. Il che lo rende vittima di quest’uomo, che lo carica di colpe e responsabilità non sue, e di se stesso. Perché è come se nella visione della madre stesa a terra David assorbisse l’orrore che ora, sacrificato ad una mente malata, traduce in violenza senza fine. Drammaticamente catartica, a suo modo. Vittima, quindi, ma anche carnefice.

La tensione emotiva non invade lo spettatore. O meglio, lo fa, ma fino ad un certo livello. Poi subentra una sorta di anestetizzante distacco verso la storia, in cui, accanto all’elemento psicologico si dipana una drammaturgia gialla. Accade, così, che, una volta superato l’orrore di quanto è capace di concretizzare la mente di David, resta un attento e catalizzante stupore verso ciò che è ancora in grado di macchinare e portare a termine in una superstrada che viaggia ondeggiando tra la fredda lucidità, il sentimento, la pazzia. Ci sono, poi, Kirsten Dunst e Ryan Goslin. Bravissima lei nel subire un amore ingannevole. E Goslin, eccellente nell’interpretare un personaggio disturbato e disturbante, in cui il il vortice delle emozioni si nasconde dietro un volto dall’epressività vitrea e imperturbabile. Tutto per dire a noi comuni spettatori che è vero, le colpe dei padri ricadono sui figli. Che, quand’è così, bisogna essere forti abbastanza da deviare responsabilità non proprie, lasciando andare il passato per trovare la propria personale felicità.

 

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