7 DAYS IN HAVANA/ Sette storie per un “inno” cubano alla libertà

- Ilenia Provenzi

Sette giorni, sette storie. Lo sfondo è la città di Havana, lanno il 2011. Sette micro-film diretti da altrettanti registi. La recensione di ILENIA PROVENZI su 7 days in Havana

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Una scena del film 7 days in Havana

Sette giorni, sette storie. Lo sfondo è la città di Havana, lanno il 2011. Sette micro-film diretti da altrettanti registi (Benicio del Toro, Pablo Trapero, Laurent Cantet, Elia Suleiman, Juan Carlos Tabìo, Gaspar Noé e Julio Medem) per raccontare la vita quotidiana tra le strade di una città intensa, piena di colori, ma anche di contraddizioni. In ciascun capitolo emergono uno stile e un tono particolare, a volte ironico, altre nostalgico o drammatico, ma comune è la volontà di rappresentare una realtà lontana dai clichè turistici, per cogliere lanima dei quartieri e delle persone che li abitano. Alla base ci sono le storie scritte da Leonardo Padura Fuentes, un autore cubano diventato famoso per i romanzi che hanno come protagonista il tenente Mario Conde.

La settimana trascorre seguendo le giornate di sette personaggi di diversa origine ed estrazione sociale, che attraversano il mondo dellHavana senza mai sfiorarsi, o quasi. Teddy Aktins è uno studente di cinema americano, che imparerà qualcosa sulla vita prendendo il taxi di Angelito. Emir Kusturica è in città per ritirare un premio, ma non si regge in piedi a causa dellalcol e si troverà coinvolto in una jam session. Cecilia, una seducente cantante cubana, è tentata di seguire un impresario in Spagna, ma non riesce a lasciarsi il passato alle spalle. Elia Suleiman sta aspettando un appuntamento allambasciata della Palestina e osserva la realtà circostante senza dire una parola. Una giovane omosessuale è sottoposta a un rito di purificazione per essere redenta. Infine, la psicologa Mirta Gutierrez è alle prese con unenorme torta da preparare e i continui black out che ostacolano il suo lavoro, mentre lanziana Martha attende il dolce per celebrare la Madonna, che le è apparsa in sogno chiedendole di organizzare una festa.

Tra le musiche, le danze e i colori, scopriamo lHavana delle case fatiscenti affacciate sul lungomare, della gente che balla e canta per strada, dei trans e delle famiglie che si destreggiano tra il lavoro e la vita domestica. Ci imbattiamo in personaggi più o meno riusciti, incontriamo storie che restano impresse nella memoria mentre altre scivolano via, su uno sfondo decadente ma estremamente affascinante.

Come tutti i film formati da più episodi, 7 Days in Havana ha un ritmo discontinuo e se alcuni capitoli colpiscono per la loro originalità, come Jam Session di Tarpero e Diary of a beginner di Suleiman, altri appaiono più scontati, come la vicenda di Cecilia raccontata da Medem. Noé e Cantet hanno cercato di restituire, in un modo che può piacere o meno, l’essenza del sincretismo culturale cubano con Ritual e La fuente, che mostrano le due anime della religiosità locale, pagana e cristiana.

La colonna sonora è un elemento vivo e pulsante del film, esaltando attraverso le note il desiderio di fuga e insieme l’amore per la terra, la fatica quotidiana e lo slancio verso il futuro, la passione per la vita e la fantasia di chi si improvvisa muratore, taxista, guida, pasticcere, ballerino. Lo spettro della dittatura incombe sulle sette storie, che diventano un inno all’innata aspirazione umana alla libertà a dispetto delle catene imposte dalla politica e dall’ideologia.

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