IL CACCIATORE DI DONNE/ Tra orrore e giustizia un film che è un pugno nello stomaco

- Maria Luisa Bellucci

Tratto da una storia vera, il film di Scott Walker, spiega MARIA LUISA BELLUCCI, è un vero pugno nello stomaco. Un pathos crescente tra due umori che scorrono in parallelo

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Una scena del film

Questo film è un vero pugno nello stomaco. Si tace e si osserva per unora e quaranta, schiacciati sulla poltrona davanti al grande schermo. Un po perché si tratta di una storia vera. Il che rende ancora più scioccante quanto si sta osservando. Poi arriva la storia, il contenuto. Devastante nelle immagini, non tanto forti nellessere esplicite, quanto nel potere che hanno di evocare fatti – di violenza e di sangue – accaduti a troppe giovani donne e destinati a ripetersi ancora. Infine, ma forse il fattore maggiormente determinante nel portarci a definire Il cacciatore di donne un pugno nello stomaco, il ritmo e la tensione – evocativa come si è appena detto e psicologica – che si intrecciano. Infastidendo noi spettatori, anzi, disturbandoci è il caso di dire, soprattutto nella prima parte della storia, per poi trovare un liberatorio scioglimento da metà in poi.

Fin qui le sensazioni che la vicenda raccontata da Scott Walker suggerisce. Perché Il cacciatore di donne porta sullo schermo gli stupri e le morti di cui un serial killer si macchia in Alaska sin dal 1971. Giovani donne scomparse e i cui corpi vengono ritrovati – sotterrati e abusati – solo mesi più tardi. Tutti gli indizi portano a Robert Hansen (John Cusack), un uomo apparentemente tranquillo. Un cacciatore, una di quelle persone che studia la preda e gode nel catturarla e donarle la speranza della libertà. Ma solo per prendere bene la mira con il suo fucile, puntare e fare fuoco senza esitazione, come un vero cacciatore.

Il fastidio e la tensione di cui abbiamo detto nascono da questo. Dal fatto che sin dallinizio del film sappiamo chi sia il colpevole. Non perché lo vediamo in azione – almeno non da subito -, ma perché è la polizia stessa a fornirci indizi e prove della sua colpevolezza. Jack Holcombe (Nicolas Cage) in particolare, che decide di accettare questultimo caso prima di appendere il distintivo al muro. Diventa, come è presto chiaro, soprattutto un fatto personale quello di Holcombe. In particolar modo da quando sulla scena spunta Cindy, una giovanissima prostituta fuggita, dopo aver subito violenze, alle mani assassine di Hansen.

Sarà perché il suo senso di giustizia lo costringe a non mollare laddove tutti gli altri hanno già archiviato i fascicoli delle ragazze violentate o uccise. O, più probabilmente, sarà perché Cindy gli ricorda un momento del suo passato in cui è stato impotente di fronte allingiustizia che gli portò via sua sorella. Sta di fatto che Holcome ha un solo obiettivo prima di abbandonare tutto e cambiar vita con moglie e figli. Incastrare Hansen per sempre. Perché gli indizi ci sono, ma, come dice il capo della Polizia, mancano le prove circostanziali che gli assicurino la galera per leternità.

Si procede, così, in un viaggio carico di pathos. Tra Hansen che, in un continuo delirio assassino, continua indisturbato le sue pratiche omicide. E Holcombe, che si sfinisce nella continua e infeconda ricerca di un solo indizio che inchiodi Hansen al muro. È bravo Walker a far procedere in parallelo questi due “umori”, privando lo spettatore della certezza che giustizia sarà fatta e dandogli solo come dato di fatto l’evidente noncuranza con cui l’omicida alimenta la sua onnipotente fame di sangue. Per cui noi che guardiamo proviamo la speranza che tutto finisca, prima o poi, ma tremiamo di fronte alla possibilità tutto si sciolga in una nuvola di fumo. Nonostante, essendo tratto da una storia vera, sappiamo sin dall’inizio quale sarà l’unico finale già scritto.

Bravi anche gli attori. John Cusack in particolare, che restituisce umori turbati di una mente perversa, mentre Nicolas Cage abbandona per un paio di ore la maschera di plastica che ha indossato negli ultimi film e si abbandona a espressioni più umane e terrene. Forse è lui l’elemento maggiormente deviante. Per il resto l’attenzione scivola indisturbata, anche se in alcune situazioni avremmo voluto che si volgesse altrove, e resta ancor più colpita dai titoli di coda. Quando scopriamo che Walker, il regista, è la prima persona a cui Cindy nella realtà abbia voluto raccontare la sua storia. Poi il nero dello schermo e le foto di tutte le vittime straziate dalla mano disturbata e assassina di questo folle serial killer. 

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