QUARTET/ La speranza che “sorprende” da una casa di riposo

- Ilenia Provenzi

Ambientata nella campagna inglese, la storia si snoda intorno agli ospiti di Beecham House, casa di riposo per musicisti e cantanti. La recensione di ILENIA PROVENZI

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Una scena del film
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Non è semplice fare un film sulla terza età. Non lo è stato nemmeno per Dustin Hoffman, che al suo esordio dietro la macchina da presa ha deciso di non rischiare e di affidarsi a un cast di stelle, per portare a casa un prodotto di tutto rispetto. Quartet è una commedia brillante e malinconica allo stesso tempo, scritta bene e capace di sfruttare il fascino della musica di Verdi e Puccini e il talento degli attori protagonisti.

Ambientata nellidilliaca campagna inglese, la storia si snoda intorno agli ospiti di Beecham House, una casa di riposo per musicisti e cantanti. Artisti veri, che sanno cosa significhi calcare i più importanti palcoscenici e ricevere gli applausi del pubblico. Artisti che, dopo aver conosciuto la passione e il successo, si ritrovano nel terzo atto della loro vita con un bagaglio di storie da raccontare e un talento che ancora chiede di essere espresso. Per raccogliere i fondi necessari a evitare la chiusura, ogni anno si organizza uno spettacolo a pagamento che celebra lanniversario della nascita di Giuseppe Verdi.

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Mentre fervono i preparativi, una novità sconvolge la routine di Reggie (Tom Courtenay), Cecily (Pauline Collins) e Wilfred (Bill Connolly): sta per arrivare una nuova star, la diva della musica lirica Jean Horton (Maggie Smith), nonché ex moglie di Reggie. Dominata dal suo insaziabile ego, Jean in passato ha lasciato il gruppo per intraprendere una carriera da solista, ma non è facile per lei accettare gli anni che passano e la voce non più giovane. Per Reggie, invece, dal carattere riservato, ma capace di una grande passione, è difficile avere di nuovo a che fare con lei, superando il suo orgoglio e il dolore della separazione. E così, Jean non vuole cantare e Reggie non intende farlo con lei. Riusciranno gli altri a salvare lo spettacolo e a recuperare larmonia di una volta?

Il peso del passato e le paure del presente si intrecciano in una trama che, con laiuto delle arie dopera, parla della fatica di accettare se stessi e il trascorrere del tempo, che tutto corrode tranne i sentimenti autentici. Lo sceneggiatore Ronald Harwood, autore dellomonima pièce teatrale del 1999, è riuscito a dosare ironia, commedia e nostalgia, prendendo spunto dalla storia vera della fondazione, da parte di Giuseppe Verdi, di una casa di accoglienza per musicisti anziani a Milano, nel 1896. Uniniziativa volta ad aiutare chi, chiusa la carriera artistica, rimaneva privo dei mezzi necessari a garantirsi una vecchiaia dignitosa.

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Giocando con i caratteri, Harwood dipinge dei personaggi ricchi di sfumature, ai quali gli interpreti danno un corpo e un’anima. Sono loro, gli attori, a dominare il palcoscenico, assemblati da un regista che, con umiltà, lascia parlare il suo grande cast, sulle note de “La Traviata” e del “Rigoletto”.

Dustin Hoffman costruisce un prodotto elegante, molto “British”, nel quale un messaggio di speranza arriva da un gruppo di anziani che, pur essendo legati al passato, riescono a vivere il presente senza temere il futuro.

Se la narrazione appare a tratti esile, l’alternarsi di gag, di battute brillanti e di tocchi quasi grotteschi conferisce ritmo e brio alla pellicola, che si chiude con una sfumatura nostalgica in linea con le tematiche affrontate.

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