MI RIFACCIO VIVO/ Una “lacrima” salva un film condannato dalle risate

Per CLAUDIA CABRINI, il film di Rubini è un prodotto non riuscito, nonostante lottima capacità degli attori. Ma poi una chiusa bellissima, dalla lacrima facile, risana lintera proiezione

18.05.2013 - Claudia Cabrini
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Una scena del film

Mi rifaccio vivo è un film anzitutto noioso, almeno un poco, perché troppo artefatto, con una comicità ostentata, e stancante. Ma è altresì un film intenso, sotto certi aspetti bellissimo, che ironizza – senza cadere nel banale – su di un tema consono e oramai ricorrente in tutta Italia: la crisi. Una crisi, emotiva prima, economica poi, che colpisce, duramente, anche i due protagonisti principali del film, Ottone di Valerio, un bravissimo Neri Marcorè, e un sempliciotto Biagio Bianchetti, alias Lillo Petrolo. Il primo, beffardo e un po spavaldo, arricchito ma non felice, imbroglione e prepotente, e laltro, il povero Biagio, sempre vittima di complessi e cattiverie del rivale – a scuola prima, in amore e affari poi – che proprio non ce la fa ad accettare di dover arrivare sempre secondo.

Una competizione che non si arresta agli anni del liceo, ma, al contrario, prosegue, cattiva e sfrenata, un po ironica e falsa, sin alletà adulta. Lazienda di uno contro lazienda dellaltro, la clientela di uno rubata allaltro. Finché Biagio, stanco di tutto, si arrende, e si ammazza, gettandosi, con una pietra al collo, sul fondo di un lago scuro. Però non tutto va come noi vogliamo, o come il disperato Biagio desidera. E allora gli viene data una seconda possibilità, perché nulla sia perduto, e perché il senso della vita lui non lo dimentichi.

Reincarnato per una settimana nel compagno di affari di Ottone, Dennis Rufino, interpretato da un simpatico Emilio Solfrizzi, sarà proprio la duplice accoppiata Biagio-Dennis Dennis-Biagio a convivere con tutto ciò che Ottone è, o che vuol far credere di essere. Ma dietro allimprenditore spavaldo, si nasconde in realtà unumanità tipica di ognuno, e anche Ottone di Valerio è imperfetto, con unamante, e con un livello dansia che lo porta a dipendere da antidepressivi per non rischiare lo svenimento causa attacchi di panico.

Una commedia che, poiché caratterizzata da unironia poco reale, non fa immedesimare lo spettatore in una spassosa sequenza di risate, ma, al contrario, gli ricorda che è eccessiva e sopra le righe perché tutta invenzione e non realtà.

Nel cast artistico c’è anche Vanessa Incontrada, che dona una nota super positiva all’intero lungometraggio, forse proprio perché personaggio più serio di tutta la commedia, nei panni della speranza fatta donna – Sandra Bianchetti, moglie del suicida Biagio. In scena anche il barbone/angelo, alias Sergio Rubini, regista del film, che tuttavia porta sul grande schermo un prodotto che richiede sforzatamente risate, e che quindi non fa ridere. Non risalta sufficientemente la bravura degli attori coinvolti, rendendoli al contrario un po’ imbranati e poco interessanti.

Da Neri Marcorè a Gianmarco Tognazzi, il cast artistico è eccezionale, ma, in questi 105 minuti, penalizzato dalla modalità di recitazione richiesta, e dalla sceneggiatura soprattutto, che proprio volendo, quasi per favore, far ridere a tutti i costi, non riesce nell’intento, e perde di qualità, nascondendo dietro a tutto la (troppo) sottile e ricercata capacità di ogni singolo artista. Un film finto come finti sono i personaggi interpretati. Perché Ottone di Valerio mente dall’inizio alla fine. Forse (speriamo) tattica registica quella di rendere davvero commovente, e interessante, solo la parte finale della pellicola che negli ultimi 10 minuti di lungometraggio si svela – risanando l’intera poco divertente sequenza di scene che la precede -, diventando quasi seria, aperta, come improvvisamente seri e sicuri di sé diventano tutti i personaggi della storia. Ottone inizia a conoscere la sincerità, e tutto si illumina, finalmente, reale.

Un prodotto non riuscito, nonostante la buona volontà e l’ottima capacità degli attori. Ma poi una chiusa bellissima, dalla lacrima facile, risana l’intera proiezione, in pochi secondi. Sergio Rubini, infatti, con Mi rifaccio vivo e la sua sequenza finale – finalmente -, riesce in quello che dovrebbe essere intento primo di ogni regista: regalare allo spettatore un “qualcosa”, con la magica capacità di far dimenticare, nel complesso, la noiosa farsa che anticipa il finale della storia. Chissà che il pubblico non apprezzi il prodotto e, che al contrario delle a priori previsioni, Mi rifaccio vivo non sbanchi il botteghino, delle emozioni soprattutto. I migliori auguri.

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