IL GRANDE GATSBY/ Un “inchino” a Fitzgerald rovina il film di Luhrmann

- Maria Luisa Bellucci

Presentato a Cannes, il film di Baz Luhrmann, spiega MARIA LUISA BELLUCCI, si piega troppo al testo di Scott Fitzgerald. E il risultato sembra deludente, almeno per la critica

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Una scena del film
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Cerano una volta Il grande Gatsby e Scott Fitzgerald. Due piaceri del cuore, oltre che della mente. Poi è arrivato Baz Luhrmann e ci ha giocato un po. Perdendo. Purtroppo per noi, cè da dire, più che per lui. Perché al di là dei risultati del botteghino (già ai tempi di Romeo+Giulietta e Moulin Rouge il suo stile non era stato apprezzato dalla critica, ma riscosse successo tra il pubblico), questa volta è chiaro che proprio non ci siamo. Il grande Gatsby di Luhrmann è un film mancato. E tutte le attese che ne hanno accompagnato luscita svaniscono sin dallinizio. Quando ci si rende conto dellinchino, decisamente traballante, alla veste letteraria cui il regista si piega. Il che non è assolutamente un male, sintenda. Sono le modalità – e il risultato – ad apparire maldestri.

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Troppo  raccontato e letterario in una forma pretestuosa. Ecco. Quasi Luhrmann ci volesse suggerire che sì, lui è un regista di stile e maniera, ma che nel contempo riesce a intrecciare questa sua spiccata anima con le origini letterarie e classiche del testo. Scivolone in cui non era incappato con Romeo+Giulietta, dove la potenza innovativa stava proprio nellaver dimenticato la discendenza del testo e aver stravolto non la storia, ma lambientazione. Un contrasto stupefacente ed efficace, che aveva perfettamente armonizzato il guizzo artistico con il cuore shakespeariano della vicenda. Qui, invece, quegli stessi scossoni che avevano contraddistinto anche Moulin Rouge scompaiono per lasciare il posto a uno stile floscio e non riuscito rispetto, appunto, a quello che di Luhrmann conosciamo.

I sentimenti e le emozioni vivono nella storia, ma non esplodono nelle immagini. Lo sguardo grandioso sulle imponenti feste di Gatsby non è sufficiente a farci emozionare come in passato. Anzi, talvolta risulta fuori luogo. Perché il regista cerca – questa almeno è limpressione che se ne deriva – di stupirci interpretando in chiave moderna le feste del giovane e innamorato Gatsby. Sono scene quasi isolate, però, oltre che chiaramente ispirate al carnevale fantasmagorico di Romeo+Giulietta. Per cui lo smodato eccesso che le contraddistingue risulta decisamente straniante rispetto al resto.

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Poi, forse, avremmo voluto vedere più Gatsby e meno… vivere più a fondo il suo amore per Daisy. Sentimento che, invece, rimbomba soprattutto dalle parole talvolta fuori campo del giovane cugino e dai frequenti flashback della storia. Attraverso cui sorseggiamo – senza viverla fino in fondo – assaggi di unepoca calda e violenta come quella degli anni Venti e Trenta.

Grandi performance attoriali, non c’è che dire. Sia Di Caprio che Carey Mulligan sono bravi nell’interpretare Gatsby e Daisy. Lui abile a trasformare la sua faccia d’angelo in quella di un potente e ricco uomo d’affari americano turbato dalla povertà di origine e da un passato che lo incastra in luoghi e tempi che furono. Lei delicata quanto basta per prestare il volto a una donna dalla personalità così evanescente quanto quella di Daisy.

Resta un rimorso fastidioso. Quello, cioè, che Il grande gatsby sarebbe potuto essere un fuoco d’artificio del cuore, mentre resta un ritratto un po’ patetico di un criminale avvolto dal calore della speranza. 

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