NOVE PETALI DI LOTO/ La mafia ci distrugge, ma la Provvidenza ha l’ultima parola

Lo spettacolo che vede intrecciarsi i linguaggi teatrali a quelli cinematografici è stato ideato, diretto e interpretato da Milo Vallone, ed è tratto da una storia vera. CLARA GIOVANETTI

25.10.2014 - La Redazione
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Nove petali di loto

Se noi fossimo degli storici, e non lo siamo, degli opinionisti, e non ci piace, dei narratori, dei cronisti, ma per certo non saremmo ascoltati, metteremmo agli annali dellemblema di una Civiltà Nove petali di Loto; testo teatrale liberamente ispirato ad una storia vera.

Il titolo, la locandina, lideazione, il fascino, i richiami allArte ed allo strano davvero, e quanto mai calzante, paragone del loto, ben si prestano a diventare un capitolo di Storia da sottoporre ai posteri.

Lera del Loto, la chiosa del loto, la civiltà del loto. Ogni intestazione è adatta.

Il titolo evoca il numero di anni occorsi per far Giustizia, e il fiore di loto, che germoglia sotto l’acqua sporca dello stagno a risalir poi la superficie e diventare bellissimo, come questo spettacolo, terribile come la vicenda che narra.

Il dramma è a dir poco magnifico oltre che sorprendente. La cifra è sempre la stessa, quella del maestro Milo Vallone (co-autore assieme a Luca Pompei), regista ed interprete che con il suo sguardo e il suo sigillo sa creare opere così, come Nove petali di Loto che si avvia in narrazione dapprima dimessa e che poi, in sordina, scandalizza. Ed arriva. Eccome. Al cuore, agli occhi, alla coscienza, alle lacrime persino.

Si rivela sul palcoscenico ogni sorta di stato danimo ed icona umana in questo spettacolo, come quelle che Giotto ha effigiato nella Cappella degli Scrovegni dove campeggia, come una sorta di anatema, lallegoria dellIngiustizia.

E sul palco cè la compostezza ferita dellintegerrimo Occhipinti, il grifagno atteggiamento di rapaci canaglie assetate di potere e bisogno di dominio umano e sociale, il dolore di genitori abbattuti e senza alternative, quello degli assistenti e del personale mandati totalmente sul lastrico. Mentre, su tutto, campeggia imperioso lamore, ferito a morte, per ragazzi derelitti di sé stessi, pugnalato dalla mancanza di considerazione di destini corsi poi, fino incontro alla morte.

Se parlassimo della superba recitazione di Vallone e degli altri bravissimi artisti cadremmo forse nella piaggeria, allora preferiamo parlare del ritmo narrativo, della tensione che fa a brani ogni noia e scontatezza, che rimanda dallo schermo al palcoscenico, dalla sottomissione allinteriore tuono di rabbia e tristezza di ogni cittadino e uomo percosso da malgoverno e malagiustizia.

E come al solito Vallone non manca mai di suscitare lakmé nelle sue opere. Quando esplode dal suo dialogo la parola mafia, che rimbomba nel teatro come uno schiaffo, si trasalisce come sempre di fronte alle sue rappresentazioni.

Occhipinti espone il suo pensiero e convince chiunque dellovvio, che mafia non è un brand da luogo circoscritto. Mafia è un modo di pensare e di agire. Mafia è ciò che, ogni giorno, ovunque, tradisce la Giustizia.

Il pubblico tace, molti i microstacchi in cui potrebbe inserire un applauso. Invece, tace. Non si muove, sembra assente come nella quotidianità, come quando assiste ogni giorno alla onnipresente, storica, inestirpabile, cattiva amministrazione, ad ingiustizie e scempi mafiosi; come ogni Civiltà, vinta ed affranta, che attende la Provvidenza. Ed esattamente come nei Promessi Sposi, che Nove petali di Loto ricorda fortemente, Essa arriva.
Don Rodrigo, i suoi bravi e tutto il malgoverno della dominazione borbonica e straniera ci sono. In questo “spettacolo” della nostra Civiltà. Ci sono anche Renzo e Lucia a guardarli bene, non già nei due ragazzi narranti, quanto in tutti quelli mai apparsi sulla scena, come nella realtà, ma sempre presenti perché promessi sposi al riscatto.

Sì, i personaggi manzoniani ci sono tutti così come trasale, vivo e vegeto sulla scena, Giotto con la sua levatura artistico-morale. E Arte, e Cinema, e Teatro, e Storia, e Letteratura, e Società (mortificata). L’elenco di quanto appare sul palco è molto, molto lungo.

Si può solo vedere e rivedere quest’opera, ogni giorno, in ogni angolo d’Italia, a cogliere per intero il grido dei silenti.

E alla fine il pubblico, la società, la Civiltà risponde. 

Al termine dell’anteprima nazionale tenutasi al Teatro Massimo di Pescara lo scorso 22 ottobre, un solo, rabbioso, fragoroso, applauso nella sala dà un manrovescio alla coscienza. E si vorrebbe portar via con sé Occhipinti e la sua compostezza, e chiunque abbia ideato, voluto, scritto, diretto, interpretato e promosso Nove petali di Loto.

Questa la tragica, assurda, storia (vera) di Roberto Occhipinti, operatore sociale nel campo del recupero di minori disagiati, della struttura PreCase il cui assoluto successo diventa attrazione per vampiri e sciacalli dei “poteri forti” che causano una serie di atti di persecuzione giudiziari che manderanno in frantumi il mirabile lavoro fatto, fino alla distruzione totale. 9 lunghissimi anni di processi, 32 imputati, 90 dipendenti, 50 ospiti andati alla malora, 5 milioni di fatturato, più di 100 genitori disperati. Tutti annullati. E alla fine, “assoluzione. Poiché il fatto non sussiste”.

Nove petali di Loto, che ha avuto proprio a Pescara il tragico, vero, teatro dei fatti, ha visto un’anteprima lo scorso 22 ottobre.

Lo spettacolo segue il progetto di Vallone, definito CineprOsa dal suo stesso ideatore e che vede l’incontro e l’intreccio tra linguaggi teatrali e cinematografici in un cine-spettacolo con un continuo rimbalzo narrativo tra palco e schermo, debutterà a Milano in prima nazionale presso il Teatro “Sala Fontana”, il prossimo 18 novembre.

Impossibile non vederlo. E rivederlo.

 

(Clara Giovanetti)

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