BOYHOOD/ Il racconto della “normalità” che diventa grande cinema

- Claudia Cabrini

Il nuovo film di Richard Linklater presenta un elemento molto particolare: gli attori sono stati ripresi per ben dodici anni di seguito. La recensione di CLAUDIA CABRINI

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Boyhood
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Richard Linklater è famoso per essere un regista un po strano, dal tocco decisamente particolare. Un regista che non è affatto spaventato dallo sperimentale, ma che, al contrario, ne rimane affascinato ed attratto. Con lincredibile capacità, così, di affascinare e attrarre anche i suoi fedelissimi spettatori. Riaccade anche stavolta che in sala esce un suo film. Si intitola Boyhood e racconta di un ragazzo, e della sua mutevole famiglia, dallinfanzia alletà (quasi) adulta dello studente universitario. Ma ciò che realmente affascina sta nel cast artistico stesso. Perché non ci sono cambi attoriali, ma i medesimi interpreti che, al contrario, sono stati davanti allocchio curioso della telecamera, ripresi per ben 12 anni di seguito. Così vediamo crescere e invecchiare tutti. Sia il piccolo Mason, sia la sua intera compagnia.

Boyhood è uno dei film più belli che io abbia mai visto, e lo dico con tutta la convinzione possibile. Certo, la sinossi non è banale, ma nemmeno eccezionalmente stupefacente. Perché Boyhood racconta di una vita abbastanza normale, in una famiglia discretamente normale. Allora cosè che tanto affascina? Forse il tema del viaggio, decisamente ricorrente in un film di questo tipo. Non da luogo a luogo stavolta, ma da tappa a tappa, partendo dal giocare coi soldatini alletà di 8 anni, per poi arrivare al primo amore quando di anni se ne hanno oramai 20.

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Con linterpretazione strabiliantemente realistica di Ellar Coltrane nei panni dellometto protagonista, e Patricia Arquette nelle vesti della sua incredibile mamma, Boyhood dice dessere una fiction drammatica, ma spero laggettivo drammatico non spaventi più del dovuto. Perché davvero Boyhood vale la pena, o forse molto di più.

Anche per Coltrane, infatti, far parte di Boyhood ha significato avere unadolescenza diversa, dai coetanei, da tutti gli altri, poiché esposta attraverso lo schermo, a tutti. Ma allinizio, ci racconta, davvero non aveva idea di che cosa significasse. Non immaginavo cosa fosse, ha spiegato. 12 anni erano il doppio della mia età, dal momento in cui abbiamo iniziato. già abbastanza difficile per me immaginare i miei prossimi 12 anni, e probabilmente a qualsiasi età, ma allepoca era davvero impossibile. Solo dopo diversi anni ho cominciato realmente ad assimilare il vero significato del film, e perché era così diverso.

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Così strano ma di giorno in giorno più familiare anche il suo vivere quotidiano con quella sorella acquisita di set, che a oggi per lui è quasi una sorella acquisita davvero. la figlia del regista e inizialmente al progetto Boyhood non voleva affatto partecipare. Un giorno mi ha addirittura chiesto se Sam, il suo personaggio, sarebbe mai potuto morire, ci racconta Richard Linklater, che vede la piccola Lorelei interpretare la sorella del furbetto Mason.

Insomma, di un film come questo se ne potrebbe parlare per ore. Ogni minuto è analizzabile e innalzabile a un verdetto comune; quello del grande cinema. Sì, perché mai noioso, sempre interessante, coinvolgente e zeppo di emozioni. E Boyhood colpisce perché “strano”. Perché allo spettatore quasi appare impossibile capacitarsi che loro, lì sullo schermo, siano attori e non personaggi reali osservati da un Big Brother nascosto dietro a qualche soprammobile impolverato.

Boyhood è un film da non perdere. Non solo perché segna di nuovo, e in positivo, la storia del cinema mondiale, ma anche e soprattutto perché dalla vita di Mason puoi imparare moltissimo. Puoi rivivere e rivedere quelli che sono stati anche i tuoi anni più belli. Puoi allenarti a capire che forse le cose in Italia possono migliorare perché là, all’estero, ad esempio, sotto certi aspetti sono avanti anni luce sin da piccini.

Un film che rivedrei altre mille volte e che consiglio a tutti. Ma, ovviamente, ci tengo a precisarlo, non è un film per tutti. O meglio, non è possibile vederlo credendo così di divertirsi e alleggerirsi la serata post pizzata con gli amici. Boyhood è cinema d’autore, certo non semplice ma immediato. Non cadiate nella tentazione di giudicarlo, malamente, dopo i primi cinque minuti. La grande bellezza ci ha recentemente insegnato che un errore del genere non lo si dovrebbe reiterare proprio mai.

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