THE JUDGE/ Il film su un “processo” che aiuta a recuperare la vita

- La Redazione

Downey Jr. e Duvall sono i protagonisti del film di Dobkin, con una story-line che non potrebbe essere più vicina a una storia quotidiana. La recensione di MARIA RAVANELLI

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Una scena del film
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Nel film The Judge ci sentiamo subito a nostro agio con un Robert Downey Jr. strafottente, con quel suo tocco presuntuoso che ci fa ridere sotto i baffi e che non ha nessun problema ad ammettere pubblicamente che non cè niente di meglio che una bella casa, una Ferrari parcheggiata nel vialetto e, perché no, anche una moglie con il fondoschiena di una pallavolista. Ma la magia si rompe velocemente, perché, in realtà il protagonista Henry Hank Palmer è un avvocato certamente ricco, con una villa mozzafiato e anche unauto niente male: ma sua moglie Lisa (Sara Lancaster) lo tradisce, lo accusa di passare poco tempo con la famiglia ed è decisa a ottenere il divorzio, nonostante la coppia abbia una figlia, Lauren (Emma Tremblay).

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La vita quasi perfetta di Hank viene ulteriormente sconvolta dallimprovvisa morte di sua madre, che lo costringe a rimettere piede a Carlinville, un paesino sperduto e anche decisamente retrogrado – a detta dellavvocato Palmer – che si trova nellIndiana. Il nucleo familiare Palmer ha dellincredibile e questo un po ci fa intuire la sua riluttanza nel farvi ritorno: cè Glen (Vincent DOnofrio), il fratello affetto da autismo, che va sempre in giro con una cinepresa e filma quasi ogni istante della vita dellintera famiglia; e cè Dale (Jeremy Strong), che invece è un tipo a posto, ma fin da subito sembra ostile nei confronti di Hank, tende a scansarlo, ad accusarlo di cose molto banali, per poi lasciare perdere immediatamente.

Infine, cè limmancabile giudice Joseph Palmer, un capofamiglia fin troppo austero, severo e rispettato, interpretato da Robert Duvall. Il rapporto di Hank con il padre appare innegabilmente complicato e problematico: ricchissimo, insomma, di frasi taciute, di sentimenti repressi e di scarsissimo rispetto reciproco.

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Bisogna ammettere che, linsieme di queste figure, a prima vista, giustifica pienamente il desiderio di Hank di allontanarsi da Carlinville, che rimane confermato nel suo cuore dopo i funerali della madre. Ma, quando si trova già sullaereo del ritorno, che è in procinto di decollare, una telefonata di Glen lo costringe a rimanere a terra: il giudice Palmer è stato, nientemeno, che accusato di omicidio. Hank si troverà a dover affiancare il padre nella scelta dellavvocato, che infine ricadrà su di lui dopo non pochi litigi e discussioni, e anche durante tutto il processo.

Il velato turbinio di incomprensioni che si era insinuato fin dal primo incontro della famiglia con Hank diventa sempre più chiaro quando si svela il passato che accomuna questi quattro uomini, che sembrano davvero tanto male assortiti. Il regista David Dobkin ci mette di fronte a un mondo letteralmente infestato dal risentimento e dai sensi di colpa, che sono evidentissimi nella figura del giudice Palmer così come in quella di Hank: a questo già ingarbugliato rapporto si aggiungerà anche la malattia del capofamiglia, anchessa mai confessata a nessuno se non alla defunta moglie, fattore che porterà Hank a riavvicinarsi a un padre che non ha mai davvero compreso fin dalla sua adolescenza.

Il verdetto di questa meschinità e sfuggente chiarezza è paragonabile al verdetto finale del processo, che viene affrontato in tutto il film: ma nei 142 minuti di – forse un po’ esagerata – lunghezza della pellicola, si trova riparo dalla pesantezza dell’incomprensione nei dialoghi che legano questi due personaggi e nel modo in cui riescono a darci l’accesso a tutto ciò che li ha portati fino a quel preciso momento.

Qui entra in campo anche l’eccezionalità dei due attori protagonisti: Duvall riesce a creare una breccia in quel blocco di marmo orgoglioso e attaccato all’integrità morale e fisica che è il giudice Palmer, e Robert Downey Jr. ci alleggerisce la pillola in alcune scene letteralmente spensierate, che riconducono a una memoria fresca e giovane del suo personaggio e che ci strappano anche qualche sonora risata.

Il finale, in ogni caso, ha un gusto amaro, ma dà ai protagonisti il modo di ricongiungersi davvero, anche se goffamente e in un modo che solo loro sono in grado di capire in quell’oceano di frasi non dette che è sempre stata la loro relazione: niente di diverso da quanto ci si aspetti, nulla comunque che esca dall’immaginario comune. Questo perché la story-line della pellicola non potrebbe essere più vicina a una storia quotidiana; ma è proprio la sua resa, con i dialoghi e una recitazione decisamente da applaudire, che la rendono degna di nota.

 

(Maria Ravanelli)

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