TRACKS/ Da una storia vera un film su un viaggio alla ricerca di sé

- Ilenia Provenzi

Tratto dalla storia vera di Robyn Davidson, il film di John Curran racconta lattraversata del deserto australiano compiuta dalla donna. La recensione di ILENIA PROVENZI

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Una scena del film

Una giovane donna cerca se stessa. E per trovarsi impara ad ammaestrare i cammelli e li conduce attraverso il deserto australiano, dalla cittadina di Alice Springs fino alloceano che lambisce le spiagge infinite dellAustralia occidentale. la trama del film che il regista John Curran ha adattato da una storia vera, quella di Robyn Davidson, lautrice del bestseller Tracks.

Unintensa Mia Wasikowska interpreta la coraggiosa protagonista, che sfida le convenzioni, le paure e le insidie del deserto per realizzare un obiettivo. Bionda e minuta, Robyn doma i grossi cammelli, impugna il fucile e non si arrende nemmeno quando il riflesso accecante del sole sulla sabbia provoca allucinazioni, sete, sfinimento, toglie il senso dellorientamento e prosciuga ogni energia, fisica e mentale.

Currant esalta la dimensione simbolica del viaggio, sovrapponendo i paesaggi reali a quelli dellanima. Robyn è spavalda allinizio, quando ancora progetta la sua impresa in un luogo di confine, già lontano dalle comodità della vita borghese ma ancora stabile, popolato da presenze umane con cui instaurare delle relazioni più o meno conflittuali. Man mano che si inoltra nel deserto, la protagonista cambia. Mutano gli scenari e con essi i suoi pensieri e sentimenti. Si attenua lostilità nei confronti del fotoreporter incaricato dal National Geographic, la rivista che finanzia il viaggio, di incontrarla ogni mese per scattare delle fotografie. Robyn è sola in mezzo al nulla, bruciata dal sole, insidiata dal serpente (il simbolo classico della tentazione), spinta da unambizione che esige una forza, forse, superiore a quella che si aspettava. Vuole dimostrare che anche le persone normali possono fare cose impossibili.            

Il deserto reale corrisponde alla solitudine che la donna ha creato intorno a sé, in un momento di crisi e di insoddisfazione profonda. Quando si è infelici, quando ci si sente distanti e incompresi dalle persone intorno, distrarsi non serve. Bisogna avere il coraggio di viaggiare dentro di sé, nella propria anima. La dimensione sacrale del viaggio è sottolineata da Curran con le splendide inquadrature del paesaggio, ma anche attraverso il legame con la cultura aborigena. Attraversare i territori sacri è proibito senza un anziano, e Roby è accompagnata per un tratto da un aborigeno che non parla la sua lingua, ma con il quale instaura un rapporto di fiducia e stima reciproca. Il ritorno al contatto umano passa attraverso gli incontri, a volte indesiderati, a volte inattesi, come il tè nel deserto offerto da due anziani coniugi che donano a Robyn una parentesi di calore e serenità.

“Conosci te stesso”, era il monito di Socrate. Il percorso della protagonista può sembrare una scelta estrema, una fuga dal mondo civile per trovare la primitiva libertà del nomade, ma la sua storia è diversa da quella, tragica, di Into the Wild. In realtà, Robyn non fugge; cerca. Attraversa lande desolate per tuffarsi infine nelle acque pure dell’oceano, si rigenera e rinasce dopo avere sperimentato la solitudine estrema.

Il viaggio poteva finire diversamente. Le carcasse incontrate lungo il cammino sono lì a ricordarlo. Invece, il finale infonde speranza, connette lo spettatore con il viaggio di un’anima che ha avuto il coraggio di affrontare se stessa. Bisogna guardare il film con il giusto stato d’animo, non aspettarsi una storia tradizionale ma essere aperti ad assorbire un’esperienza diversa, ancora più intensa perché autentica, in ogni senso.

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