SFOOTING/ I primi Mondiali di calcio si giocarono nell’Eden: partita da “dentro o fuori”, tutta melina e serpentine

- Comic Astri

Dopodomani prenderanno il via in Brasile i Mondiali di calcio. Per loccasione i COMICASTRI cominciano a spiegarci la storia di questo appassionante sport sin dalle origini

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(INFOPHOTO)

Le chiacchiere stanno a zero, è già tempo di Mondiali di calcio: e per un mese, state tranquilli, non si parlerà daltro. Così pure sarà per noi, cari lettori. Ma non aspettatevi che ci si metta pedissequamente a commentare la competizione che parte dopodomani in Brasile, né tantomeno che noi si sproloqui di ciò che è successo tra il 1930 (primo Mondiale dellera moderna disputato in Uruguay) e il 2010 (Sudafrica). Siamo ComicAstri, mica giornalisti sportivi! Ma qualche domanda ce la siamo posta anche noi. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Perché continuiamo a esistere sul Sussidiario nonostante le palle che spariamo? E soprattutto: che relazione cè, se cè, tra noi, il calcio, madre Terra e il buon Dio? Domande che ci portano lontano, molto lontano

Le origini del Mondiale. A un certo punto, Dio creò la Terra e la chiamò Terra. Forse una scelta non molto originale, ma di originale poi ci sarebbe stato lomonimo peccato. E poi, diciamolo, sostanzialmente era (e ancora oggi lo è) fatta di terra, quindi Avendo deciso di darle una forma sferica, avrebbe potuto subito realizzarla in cuoio e chiamarla Palla, ma poi pensò che molti avrebbero potuto pensare di Lui che avesse creato qualcosa di molto noioso, così lasciò perdere e si dedicò ad altro: alluomo, per lappunto.

Quando creò il primo uomo, Adamo, Dio non pensò immediatamente alla Gazzetta dello Sport. Così, ogni lunedì mattina, che Adamo avesse ben poco da raccontarGli, era cosa del tutto ovvia. Per movimentare la conversazione, pensò di rimediare creando la prima donna, che chiamò Eva. Ella, sorprendentemente, da subito manifestò evidenti segnali di disinteresse nei confronti del calcio; anzi, nel giro di breve tempo, le sue passioni sportive si orientarono verso il tiro con larco, data labbondanza di mele presenti nel Paradiso terrestre. Eva amava molto Adamo, sebbene, come tutte le donne, in talune situazioni si dimostrava assai determinata. Pretese, per esempio, che Adamo facesse da Guglielmo Tell ante litteram, sottoponendosi al pericoloso rito del tiro alla mela.

Mettiamoci per un momento nei panni di Adamo, che svizzero non era di certo, e che, mancando ancora qualche millennio allinvenzione dellauto, mal si destreggiava con le frecce. Si aggiunga che, fino allapparizione di Eva, il solitario Adamo era solito camminare nellEden per ore, fischiettando e calciando tutto ciò che rotolasse per terra, fosse un sassolino, una pesca, una castagna (evitava di farlo solo con le angurie). Così, ogniqualvolta decidevano di giocare insieme – e capitava spesso: il tempo libero a disposizione certo non mancava -, Adamo si ritrovava palesemente insoddisfatto: non poteva marcare Eva a uomo, non poteva farle fallo e, giocando nellimmediato dopopranzo, neppure rimettere in campo (la palla, ovviamente, non il pranzo). Eva, da par suo, palesava maggiori interessi al pre-partita, mostrando una vera e propria ossessione per i preliminari (non certo quelli di Champions League, ancora di là da venire), così che un giorno Adamo, perdendo il controllo, si lasciò sfuggire unespressione colorita ancora oggi molto in voga: Eh no, porca Eva, adesso basta!.

A quel punto Adamo tornò al suo primo amore, il pallone. E – ahimè (meglio, ahinoi tutti) – scoprì ben presto di non essere lui il primo vero campione di calcio del Paradiso terrestre – escluso ovviamente il Creatore, che giocava da Dio -. Eh sì, a un certo punto, a calcare il manto verde dell’Eden fu il Serpente, un fuoriclasse a cui spetta l’indubbio merito di aver elaborato il famoso “dribbling a zig-zag”, detto appunto in suo onore “serpentina”: una serie di mosse rapide e scaltre, ideate e messe in atto per aggirare la “melina” di Adamo. Dicasi “melina” una sua certa indolente opposizione a voler mangiare quella mela che, con un assist invitante, l’Eva (sì, sempre lei, da non confondersi con l’Evaristo, per tutti il Becca, ancora di là da venire…) un giorno gli offrì su un piatto d’argento. Quel giorno nell’Eden si giocò la prima vera finale mondiale (nel senso che quella partita avrebbe segnato per sempre i destini del mondo intero): fu una partita secca, da “dentro o fuori”, giocata tutta tra meline e serpentine. Alla fine, però, Adamo perse ai tempi supplementari e quella sconfitta a lui (e a tutti i suoi discendenti maschi) è rimasta per sempre sul gozzo.

La preistoria dei Mondiali. Anche gli uomini primitivi ebbero più di un problema con il calcio. I primi palloni, costruiti artigianalmente dagli Australopitechi, erano squadrati e puntuti, perciò il loro rotolamento risultava decisamente irregolare: i pericolosissimi spigoli provocarono spesso effetti letali su cuore e polmoni degli incauti giocatori che si esibivano negli stop di petto. Realizzati in pietra ruvida, levigata alla bell’e meglio, i palloni crearono evidenti problemi anche ai piedi degli atleti. Alla stessa stregua i colpi di testa facevano letteralmente piangere: non si pensi tanto a una questione di tecnica (invero ancora rudimentale), quanto al fatto che il pallone di pietra procurava soverchie commozioni (cerebrali). 

L’abitudine a giocare a calcio tra le palafitte comportava un certo dispendio di palloni. Solo quando si affacciò da una palafitta l’Homo Sapiens, la storia dell’umanità fece un passo avanti, soprattutto perché si gettarono le basi per palafitte più stabili (alla base) e soprattutto per le regole della pallanuoto.

La supremazia dell’Homo Sapiens venne brutalmente interrotta dall’irrompere sulla scena della storia dell’Homo Erectus, che grazie alla sua altezza poté predisporre barriere sui calci di punizione allora considerate dagli ominidi sapiens insormontabili (Mariolino Corso, con le sue “foglie morte”, era ancora di là da venire…).

Dovettero comunque passare millenni e milioni di palloni in pietra ruvida levigati alla bell’e meglio andati perduti prima che il calcio gettasse i suoi primi rudimenti. Ci pensò l’uomo di Neanderthal, armato di clava, ad applicare per primo la regola del fuorigioco: chiunque sbagliasse tocco, dribbling, passaggio smarcante, lancio o chiara occasione da gol era punito con un colpo di mazza in testa, finendo – appunto – “fuori gioco”.

 

(Fine del primo tempo)

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