MAICOL JECSON/ Un road movie in miniatura che fa sperare il cinema italiano

- Dario Zaramella

Lesordio indipendente di Francesco Calabrese ed Enrico Audenino si configura, a conti fatti, come un road movie in miniatura. La recensione di DARIO ZARAMELLA

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Una scena del film

Durante lestate del 2009, Andrea decide di sfruttare lassenza dei genitori per fare lamore con Eva, e sperimentare così le gioie della prima volta. A complicare le cose, però, ci pensa il fratello minore del protagonista, patito di Michael Jackson e intenzionato a rinunciare al campo estivo pur di passare del tempo con il fratellone. Come se non bastasse, in casa loro si insedia un eccentrico anziano, fuggito dallospizio e convinto di essere il loro nonno.

Queste le premesse di Maicol Jecson, esordio indipendente di Francesco Calabrese ed Enrico Audenino. Successivamente, il film continuerà a unire al realismo dello spunto iniziale alcuni elementi comico-surreali: il tutto va a formare una commedia a tratti atipica, che, nel nucleo centrale, si configura, a conti fatti, come un road movie in miniatura. Dico in miniatura, perché il film, pur nella sua esigua durata, sembra voler attingere a un vasto repertorio di modelli: dal Neorealismo (per la scelta di attori giovani non professionisti) al già citato film di viaggio, senza dimenticare luso insistito della voce fuori campo, mutuata dal genere documentaristico (ma poi utilizzata da una lunga serie di film, noir in primis).

Michael Jackson, idolo del fratellino di Andrea la cui morte, avvenuta appunto nel giugno del 2009, lo getterà nello sconforto, rappresenta lideale di unAmerica lontana, irraggiungibile. Così come la popstar – il cui nome è volutamente storpiato nel titolo – viene imitata in tutto e per tutto dal ragazzino, allo stesso modo i due registi/sceneggiatori emergenti cercano di sdoganare il cinema italiano, ricorrendo a un tipo di comicità assurda che può ricordare, benché molto alla lontana, quella di Wes Anderson. Ma, se La Grande Bellezza, sicuramente uno dei film più cosmopoliti che lItalia abbia prodotto negli ultimi anni, è riuscito a coniugare abilmente uno stile hollywoodiano e una profonda italianità di fondo, lo stesso non si può dire di Maicol Jecson, che, nel tentativo di sperimentare stili e registri diversi, trascura una sceneggiatura che ricorda i peggiori sceneggiati televisivi, soprattutto in alcuni dialoghi.

Eppure il tentativo è da apprezzare, perché, tralasciando le zoppicanti ingenuità di scrittura, il film ha il coraggio di svecchiare i cliché di un tipo di commedia che, in Italia, fatica a decollare. Tematiche quali il sesso, la vecchiaia, e luso di droghe leggere (questultima solo accennata, in realtà) vengono affrontate senza moralismi, con una leggerezza velatamente ironica che fa ben sperare, nonostante alcune vistose cadute di stile – e mi riferisco, in particolare, alla scena in cui il fratello di Andrea mangia delle pastiglie di Viagra, scambiandole per caramelle.

In sostanza, l’avventura che i tre, improbabili personaggi vivono per permettere ad Andrea di andare a letto con Eva, consente agli autori di sfoderare una regia assolutamente non artigianale, nonché una serie di spunti tematici che avrebbero richiesto un approfondimento maggiore. Come film Maicol Jecson arriva a malapena alla sufficienza, ma nonostante ciò si salva dal baratro proprio per la sua molteplicità di situazioni e modelli, segno questo che, con un po’ di esperienza in più, i due registi potrebbero portare una ventata di aria fresca alla commedia italiana.

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