MUSTANG/ Il film sulla fuga per diventare “padroni” del proprio destino

Presentato al Festival di Cannes, il film di Denize Gamze Ergüven mostra come l’impeto verso l’ignoto si trasforma nell’audace padronanza del proprio destino, spiega ERICA DAL MAS

30.10.2015 - Erica Dal Mas
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Una scena del film

«La casa della sposa fa sempre la preziosa», questo detto popolare, simbolo di un rigido schema di vita, verrà sorprendentemente ribaltato nel film, presentato al Festival di Cannes 2015 e candidato all’Oscar dalla Francia, dal titolo Mustang (regia di Denize Gamze Ergüven), a favore del ritmo scalpitante di cinque ragazze protagoniste. In un remoto villaggio di una Turchia in fermento per quanto riguarda la condizione femminile, un semplice e divertente gioco nel mare con dei ragazzi dà vita a un incredibile scandalo, fomentato dalla lingua malevola dei vicini. 

In un “battito di ciglia”, all’inizio dell’estate, la casa in cui vivono Sonay (interpretata da Ilayda Akdogan), Selma (interpretata da Tugba Sunguroglu), Ece (interpretata da Elit Iscan), Nur (interpretata da Doga Zeynep Doguslu) e Lale, la più piccola (interpretata da Günes Nezihe Sensoy), con la famiglia, si riempie di cancelli insondabili e inferriate, mentre corsi forzati di economia domestica sostituiscono la scuola e una rigorosa disciplina culminerà in soffocanti matrimoni combinati. 

La loro giovanile vitalità verrà così “imbrigliata” senza via d’uscita. Le ragazze, però, attraverso il battito insistente delle loro mani e dei loro piedi, rappresentano una forza latente che vuole emergere nella ricerca di un’identità, contro una cultura che sembra ridurre la donna a una “macchina sessuale” finalizzata alla riproduzione. Nonostante il loro temperamento indomabile, le protagoniste si comprendono, corrispondono e completano come le mitologiche cinque teste dell’Idra di Lerna, ma la loro coesione nel corso del film rischia di venire minata drammaticamente ogni volta che una di loro viene estromessa dalla storia. Anche il progressivo allontanamento da scuola a favore del lavoro è un fattore importante per l’evolversi della trama, perché implica una loro predisposizione alla strumentalizzazione politica di virtù come il pudore e la castità: il rapporto simbiotico con le istituzioni del potere, attraverso i media, forma attorno alle ragazze una campana di vetro sempre più simile a una prigione fisica e mentale e la voce fuori campo della televisione contrasta in sottofondo la loro spontanea leggerezza a metà tra innocenza, desiderio di nuove esperienze e velata sensualità. 

Uno sguardo distaccato provoca, così, un tale sfasamento tra forma e contenuto che soltanto una pungente ironia giovanile ne allevia il dolore e la gravità. La fragilità delle ragazze condivisa dalla regista sia dal punto di vista tecnico che da quello dell’intreccio filmico ha aumentato il loro desiderio di libertà dall’isolamento oppressivo di Inébolu, a 600 km a nord di Istanbul: l’iniziale paesaggio da favola e la loro casa circondati dal Mar Nero, gradualmente, diventano un tortuoso e inquietante labirinto da cui si può solamente fuggire. 

La salvezza, quindi, è rappresentata dall’enorme coraggio di Lale e dalla forza narrativa della colonna sonora di Warren Ellis che, a colpi di flauto, pianoforte e violino, crea un inatteso punto d’incontro tra Oriente e Occidente in favore di uno straordinario spirito d’avventura. L’inquadratura dal basso verso l’alto dei visi e dei gesti spensierati delle protagoniste che s’insinua in primissimo piano tra le sbarre invisibili del prison movie crea, dunque, un film molto bello che merita di essere visto per una crescita interiore, dove l’impeto impacciato verso l’ignoto si trasforma nell’audace padronanza del proprio destino. 

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