PERFECT DAY/ Il film che tra guerra e ironia lascia una domanda (amara)

Film rivelazione dell’ultimo Festival di Cannes, Perfect Day racconta il lavoro incessante di un gruppo di operatori umanitari in Bosnia. La recensione di ERICA DAL MAS

10.12.2015 - Erica Dal Mas
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Una scena del film

Chiedere una corda in mezzo al nulla, immaginando di saltarla, è una chiave di lettura insolitamente spiritosa per metabolizzare il terribile dramma della guerra: l’ironia permette ai protagonisti di individuare la pazienza nel deserto, il coraggio, la ragione, l’adrenalina e la dignità in un contesto di assoluta povertà. 

Film rivelazione dell’ultimo Festival di Cannes, Perfect Day (regia di Ferdinando Leòn De Aranoa) racconta il lavoro incessante di un gruppo di operatori umanitari che deve rimuovere un cadavere da un pozzo, per evitare che contamini l’acqua del villaggio. Nella Bosnia del 1995, dunque, la grave emergenza del dopoguerra si esprime attraverso un imprevedibile concatenamento di avventure compiute da un gruppo di antieroi, a partire da una cosa molto semplice e pratica: la ricerca di una corda per riportare in superficie il corpo nell’arco di ventiquattr’ore. 

La squadra, guidata dal forte Mambrù (interpretato da Benicio Del Toro), comprende Sophie (Mélanie Thierry), una semplice ma tenace ragazza idealista proveniente dalla Francia; l’affascinante Katya (Olga Kurylenko) e il selvaggio, realista di buon cuore B (Tim Robbins). La quotidianità di una continua lotta per sopravvivere e salvare vite umane viene, così, presentata attraverso un umorismo sarcastico, disincantato e piratesco che tenta di combattere l’irrazionalità, ricavando il buonsenso attraverso lo scherzo allusivo e il gioco. 

In un microcosmo in cui una guerra batteriologica è ancora in atto, soldati, caschi blu e giornalisti perdono di vista il vero problema, oltre alla supervisione della pace diplomatica: ridare acqua pura di vita e speranza all’appassito fiore del popolo bosniaco. Rimasti soli con i loro punti di forza e fragilità, i protagonisti, inquadrati dall’alto, vagano sperduti e come topi, prede del paesaggio serpeggiante, superano i soldati senza ritegno, per regalare un sorriso a un bambino, o per poter credere che una mucca morta in mezzo alla strada possa, per una volta, non essere piena di mine. 

In questo film, ispirato anche al romanzo intitolato “Dejarse llover” di Paula Farias, la “babele confusionaria” della guerra trova, quindi, un degno avversario nella sorprendente e dinamica assurdità della vita stessa. Grazie a essa, gli operatori umanitari si uniscono, nelle loro diverse sfumature di missionari, disadattati, e mercenari, per portare a termine una corsa contro il tempo. 

Ma, proprio quando sembra andare tutto perduto, ecco che interviene il destino nella sua profonda e beffarda ambiguità: le battute e le mezze verità costituiscono davvero un’alternativa di salvezza? O è la vita stessa che prende in giro l’uomo mostrando allo spettatore che la sua intelligenza è, in realtà, velata d’ingenuità? 

Purtroppo, il mio giudizio su questo film finisce per essere negativo perché tale spinoso e amaro interrogativo rovina irrimediabilmente un concreto eroismo umano che proviene dalla volontà di non arrendersi mai, nel disperato tentativo stesso di cambiare le cose.

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