BLACKHAT/ Un film sulla libertà con una “sfida” a Hollywood

- Ilenia Provenzi

Il nuovo film di Michael Mann porta lo spettatore a riflettere sul significato della libertà e infrange la narrazione tradizionale hollywoodiana. La recensione di ILENIA PROVENZI

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Una scena del film
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Nel suo nuovo film, Blackhat, il regista Michael Mann (Collateral) ci conduce nel mondo misterioso e affascinante dei pirati informatici, tra città scintillanti di luci artificiali e spazi vasti e deserti, a caccia di criminali e alla ricerca della libertà.

Siamo a Hong Kong, dove l’esplosione di una centrale nucleare nasconde un attacco informatico che si ripete quasi identico ai danni della borsa di Chicago, che fa salire alle stelle il prezzo della soia. Malvolentieri, americani e cinesi decidono di collaborare per scoprire chi si nasconde dietro i crimini: il capitano Dawai atterra negli Stati Uniti e chiede all’FBI di liberare Nick Hathaway, l’unico in grado di risolvere l’enigma. L’hacker Hathaway (l’australiano Chris Hemsworth), rinchiuso in un penitenziario di massima sicurezza, accetta a una sola condizione: se avrà successo, sarà libero.

Comincia così un film che non presenta un intreccio tradizionale, ma si concede il lusso di giocare con la narrazione e di lasciare che gli snodi si riducano al minimo per dare spazio ai momenti di passaggio, dove a contare sono le panoramiche, gli sguardi, gli spostamenti tra le città. Treni, elicotteri, macchine trasportano i personaggi da un paesaggio metropolitano all’altro, attraversando l’Asia in un mosaico di persone, grattacieli, autostrade ma anche montagne verdissime.

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Personaggi intensi, che parlano poco ma comunicano con gli occhi, che guardano con malinconia in faccia al destino e non cedono di fronte ai rischi, fino al sacrificio estremo. Hathaway è un personaggio tragico, imprigionato nel desiderio di una vita che non può avere, in una nostalgia racchiusa nello sguardo che, sulla pista dell’aeroporto, rivolge allo spazio aperto di fronte a sé. 

Non mancano scene d’azione, inseguimenti, tensione che cresce e che esplode, ma Blackhat è molto più di un film catastrofico. Porta lo spettatore a riflettere sul significato della libertà, che diventa la possibilità di compiere delle scelte e di restare fedeli a se stessi, di ripartire dai propri valori. Il protagonista è un hacker, ha commesso davvero i crimini di cui è stato accusato, ma non è il suo lavoro che lo definisce. Sono la lealtà con cui difende l’amore per Chen Lien (Tang Wei) e la determinazione con cui insegue la verità fino alla fine, a renderlo un eroe. 

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Nick e Lien sfidano le regole ed escono dagli schemi per inseguire un futuro incerto, che rimane sospeso; allo stesso modo, la pellicola infrange la narrazione tradizionale hollywoodiana per creare un nuovo modo di procedere, tra pieni e vuoti, espansione e contrazione. La storia è chiara, i passaggi si comprendono, ma non è l’intreccio classico ciò che importa al regista. Il significato si coglie negli intermezzi, nelle pause apparenti che, in realtà, portano avanti il senso della storia, rivelando il valore metaforico delle metropoli inquadrate dalla telecamera e conducendoci nel mondo interiore dei personaggi. 

Paradossalmente, proprio questi intermezzi potrebbero far sì che il pubblico si senta confuso sul genere, e si domandi se sta guardando un thriller incentrato sui pericoli dell’informatica o un film d’azione con un ritmo altalenante. Eppure la singolarità di Blackhat risiede qui, nel coraggio di sperimentare qualcosa di nuovo che si discosta dalle aspettative.

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