CENERENTOLA/ Il film che riporta in sala la magia delle fiabe (senza essere sdolcinato)

- Ilenia Provenzi

Molto tempo dopo la versione animata, Disney ripropone la storia di Cenerentola affidandone la realizzazione a Kenneth Branagh. La recensione di ILENIA PROVENZI

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Una scena del film

Le fiabe, come il sole, continuano a brillare negli anni, ma non tramontano mai. Alcune brillano più di altre, come Cenerentola, immortalata da Charles Perrault e ripresa da tanti scrittori e cineasti che sono ricorsi all’archetipo in mille modi diversi. Molto tempo dopo la versione animata, Disney ripropone la storia e la mette nelle mani sapienti e infallibili di Kenneth Branagh, che firma una pellicola magica e tutt’altro che scontata. 

La storia dell’orfanella costretta dalla matrigna a pulire la cenere del caminetto è arcinota, ma i meccanismi psicologici e le sfumature emotive esplorate dal regista inglese donano alla vicenda una luce nuova. Ella (Lily James) è una bambina felice, figlia di genitori innamorati, ma la sua infanzia perfetta si interrompe bruscamente quando la madre muore, facendole promettere di essere sempre gentile e di avere coraggio. 

Una promessa che Ella mantiene nel corso degli anni, prendendosi cura della casa e degli animali suoi amici, anche quando nella sua vita irrompono la severa, ambiziosa e invidiosa matrigna, interpretata da Cate Blanchett, e le sue due figlie litigiose, con il quoziente intellettivo sotto la norma. 

La scomparsa del padre rovescia gli equilibri della casa e permette alla matrigna di umiliare la ragazza innocente, giovane e gentile che, ai suoi occhi, rappresenta tutto ciò che lei non è. La costringe a dormire in soffitta e la relega al ruolo di serva, respingendola dal nucleo familiare. 

Come spiega la voce narrante/Fata Madrina (Helena Bonham Carter), tuttavia, il dolore porta Ella a fuggire a cavallo nel bosco, luogo simbolico per eccellenza nelle fiabe, dove incontra il principe (Richard Madden), che si fa chiamare Kit e che le dice di essere un apprendista. I due si studiano, rivelano in un unico dialogo le loro caratteristiche più autentiche e si scelgono al di là di ogni convenzione. 

Cenerentola non sogna di sposare il principe, ma di rivedere l’apprendista che ha accettato di non uccidere un cervo e che ha accolto l’invito a non agire in un certo modo solo perché è così che vanno le cose. Non si compiono certe azioni solo perché la moda, o la convenienza, o il calcolo, lo impongono. Siamo esseri pensanti in grado di ragionare con la mente e con il cuore. Così la scarpetta di cristallo diventa il souvenir di una serata in cui i due giovani si rivedono, ballano, parlano di sé e s’innamorano, al di là dei ruoli e delle tradizioni.
Al principe, Cenerentola chiede infine di essere accettata per quello che è, una ragazza senza titolo, senza genitori, senza dote, ma che lo ama. E lui vuole essere scelto perché è Kit, non per il suo regno. 

L’estrema cura dei dettagli, l’orchestrazione dei colori e le geometrie del paesaggio contribuiscono a rendere il film un prodotto raffinato, che mantiene la magia senza eccedere, regala il lieto fine senza diventare sdolcinato e riesce a definire le luci e le ombre dei personaggi. 

Resta aperta una riflessione sul motivo dell’eterno successo delle fiabe, almeno quelle più famose: forse abbiamo bisogno di sperare nel potere della gentilezza e del coraggio, di sognare la trasformazione e una fata madrina che ci aiuti a uscire dalla crisi e dalle incertezze del presente.

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