CALVARIO/ Il film che “sottovaluta” il perdono

- Erica Dal Mas

Il film di John Michael McDonagh riesce a rappresentare molte delle contraddizioni umane, ma sembra non riuscire ad andare oltre il male esiste. La recensione di ERICA DAL MAS

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Una scena del film
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«Non disperare, uno dei due ladroni fu salvato. Non illuderti, uno dei due ladroni fu dannato. Questa iniziale citazione di S. Agostino costituisce una forte provocazione per lo spettatore del film Calvario: cosa significa? Quali sono le sue conseguenze? Cosa succederà? Chi sarà coinvolto? Perché? Devo avere paura? L’episodio, che nella dottrina cristiana rappresenta uno dei più significativi momenti di misericordia divina, in cui si concretizza l’ultima possibilità di salvezza per l’uomo consumato dal peccato, diventa così, in questo film (scritto e diretto da John Michael McDonagh, prodotto da Chris Clark), un monito duro e crudele, una denuncia cinica e sprezzante dell’indifferenza rispetto alle varie vicende umane, dell’ipocrisia e dell’arroganza proprie dell’uomo stesso. 

Una semplice, macabra confessione, un tacito accordo con un futuro assassino che non chiede nessuna assoluzione, cambierà per sempre il destino del prete protagonista (interpretato da Brendan Gleeson). Un suo fedele vuole ucciderlo proprio perché è innocente e, nonostante il suo turbamento per il potenziale inizio di una crisi spirituale, Padre James, in primo piano, continua a rimanere in apparenza impenetrabile. 

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Le gravi contraddizioni che percuotono la coscienza umana, invece, vengono acutamente rappresentate dagli altri personaggi che, attraverso il contributo eccellente di diversi attori, permettono allo spettatore di sondare vari temi tra cui: il senso di famiglia e nello specifico il rapporto padre-figlia (rappresentato da Brendan Gleeson nel ruolo di prete e padre e da Kelly Reilly nel ruolo della figlia Fiona), la fede, l’amore in tutte le sue sfumature: dalla più crudele e immorale del possesso e della gelosia dovuta all’infedeltà, alla più pura e vera che trova una ragione anche nel dolore per l’inspiegabile perdita di una persona cara (rappresentata da Teresa, una turista francese vedova interpretata da Marie-Josée Croze), la mediocrità, la rabbia e la violenza, fino ad arrivare all’abisso del male incarnato che mette in dubbio Dio stesso e la salvezza del perdono. 

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Padre James, infatti, deve fare i conti non solo con la sua storia personale, ma anche con il suo essere poco o niente contro la cinica e derisoria durezza di cuore dei suoi antagonisti (in particolare, il geloso Jack dall’oscuro passato interpretato da Chris O’Dowd; Veronica, moglie di Jack interpretata da Orla O’Rourke; il riccone di nome Michael Fitzgerald privo di una valida ragione di vita interpretato da Dylan Moran; il cinico e irriverente chirurgo Frank Hart interpretato da Aidan Gillen; il meccanico di automobili Simon Asamoah, emblema dell’emarginazione, interpretato da Cesar Isaach de Bankolé; il furibondo barman Brendan Lynch interpretato da Pat Shortt; il serial killer locale interpretato da Domhnall Gleeson) in uno scontro che avviene sempre a suo svantaggio. 

Questo film, infatti, è stato realizzato bene perché emerge molto chiaramente l’idea di un “Calvario” pieno di erbacce velenose che crescono per mezzo di un’ironia e un realismo senza pietà. Il prete, si è fatto carico delle colpe dei suoi fedeli come rappresentante e strenuo difensore dell’aspirazione autentica alla Bontà, tipica di una Chiesa arcaica, che ormai non esiste più perché distrutta dall’amara disillusione moderna. Il dramma interiore di tutti questi personaggi, primari e secondari, il loro “Calvario” nascosto, misteriosamente non detto, consiste nel fatto che si nota e si mette al centro della propria vita sempre il peccato e mai la virtù. Il perdono, in particolare, finisce per essere una virtù spesso sottovalutata, quando invece è fondamentale nel percorso di maturazione di ogni individuo, incluso quello di Padre James. 

Lo spettatore, dunque, prima di seguire il film, deve mettersi nella giusta disposizione psicologica e chiedersi: io sarei disposto a essere messo interamente in discussione fino al punto di venire violentemente provocato? Credo realmente nel pentimento e nel perdono? Vorrei davvero, nel profondo del mio cuore, essere salvato? Se la risposta a queste domande fosse sì, allora il film meriterebbe di essere visto: nonostante la durezza, infatti, risalterebbe anche la consapevolezza di essere amati e lo spettatore sarebbe disposto a sopportare la tragica fine degli eventi, grazie alla sfida lanciata contro l’assassino dallo stesso coraggio di Padre James. Altrimenti, se la risposta fosse no, non sarebbe consigliabile. 

Il mio giudizio, infatti, risulta essere negativo: nonostante sia un bel film dotato di un forte e complesso significato, il crudo cinismo, la violenza psicologica e le sfumature di commedia nera con cui viene trattato il profondo problema umano del libero arbitrio, impedisce effettivamente di andare oltre il male esistente: come può l’uomo pretendere di venire capito se non vuole nemmeno essere salvato?

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