THE GUNMAN/ Un film che tradisce le sue “nobili intenzioni”

Nonostante un nobile intento, il film di Pierre Morel con Sean Penn e Jasmine Trinca, spiega MARIA LUISA BELLUCCI nella sua recensione, non riesce a raggiungere l’obiettivo prefissato

08.05.2015 - Maria Luisa Bellucci
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Una scena del film

L’intento del regista Pierre Morel è nobile. Denunciare i loschi interessi che le multinazionali nascondono per sfruttare le risorse naturali dei Paesi in via di sviluppo vorrebbe essere il centro della storia di The Gunman. Di fatto, però, il focus si sposta su un’azione gratuitamente troppo violenta, facendo perdere al film l’atmosfera da thriller noir con cui si apre la storia e trasformandolo in pura e inopportuna action.

Sean Penn, che, nonostante la sua levatura, non riesce a risollevare le sorti drammaturgiche di un personaggio mal scritto, interpreta Jim Terrier. Siamo in Congo nel 2006 e Jim lavora nella sicurezza di una ONG al fianco della dottoressa Annie (Jasmine Trinca), di cui è profondamente innamorato. Ha un passato non chiaro, ma dalle azioni che compie nel primo atto del film capiamo che è stato un militare con un addestramento speciale e che ha operato in zone molto pericolose.

L’esecuzione dell’ultimo ordine – l’assassinio del Re delle Miniere – lo costringe a fuggire e a lasciare, così, la sua Annie. Dopo otto anni, Jim è ancora in Congo. Ha abbandonato definitivamente le armi e cerca di rimediare al suo passato lavorando – questa volta attivamente – per una ONG che fornisce acqua potabile agli abitanti della zona. Qualcuno, però, lo vuole morto. Inizia, così, una lunga fuga che lo porterà in giro per il mondo a scoprire chi – anche tra i suoi ex colleghi – e perché vuole metterlo a tacere.

Confuso sin dall’inizio nella gestione delle informazioni, The Gunman perde attrattiva già prima di metà storia. Infastidisce, più di tutto, l’uso eccessivo – e spesso fuori luogo – della violenza. Che, se da una parte sarebbe potuta essere semanticamente giustificata qualora usata per mostrare gli abusi e gli orrori subiti dagli abitanti congolesi a causa delle guerre scatenate dal controllo delle risorse naturali, dall’altra qui svilisce il significato della storia diventando quasi protagonista assoluta dello schermo. Scene, soprattutto durante la fuga di Jim dai suoi sicari, che rischiano di ridicolizzare Sean Penn, facendolo diventare protagonista di azioni sopra le righe rispetto al contesto. 

Questo, purtroppo, ci fa dimenticare l’intento umanitario che sta alla base della narrazione, dal momento che l’equilibrio si sposta totalmente sul passato che incombe sulla sorte presente di Jim.

Le guerre, il sangue innocente, la corruzione dell’Occidente ricco e lo sfruttamento di cui sono vittime i Paesi in via di sviluppo passano in secondo piano rispetto alle due caratteristiche che contraddistinguono il protagonista. Da una parte un trascorso discutibile che insegue la sua vittima. Dall’altra il bisogno di redimersi che Jim esprime andando a lavorare sul campo con una ONG.

Il tutto confezionato da un finale “doppio”. La sfuriata action in cui viene santificato dalla macchina da presa l’eroismo di Jim e il colpo di spugna con cui viene definitivamente ripulita la coscienza del protagonista e, insieme a lui, dell’Occidente che rappresenta.

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