I DUELLANTI/ Il film che da Cannes ha fatto “decollare” Ridley Scott

Quarant’anni fa al Festival di Cannes veniva premiato, come miglior opera prima, il film di Ridley Scott intitolato I duellanti. Ce ne parla LEONARDO LOCATELLI

28.05.2017 - Leonardo Locatelli
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Una scena del film

In primissima battuta c’è lui, Napoleone Bonaparte (1769-1821), il Grande còrso, nato da una famiglia della piccola nobiltà di Ajaccio, avviato da giovanissimo alla carriera militare e per vent’anni protagonista quasi assoluto della storia europea. In seguito (1908) arriva il racconto lungo (più che romanzo breve) “The Duel” (“Il duello”) di Joseph Conrad – il quale per molti anni aveva inseguito il sogno (infine mai realizzato) della stesura di una grande opera di carattere storico di ambientazione napoleonica – che narra dello scontro a più riprese tra Armand D’Hubert e Gabriel Feraud, due ufficiali di cavalleria, entrambi tenenti in un reggimento di ussari. Ecco come suona l’incipit del libro nell’edizione con testo a fronte (Marsilio, 2004) curata da Mario Domenichelli: «La carriera di Napoleone fu come un lungo duello contro l’Europa intera, ma all’imperatore non piaceva che i suoi ufficiali si battessero tra loro […]. E tuttavia c’è la storia di un duello che divenne leggenda nell’esercito imperiale e che attraversa tutta l’epopea delle guerre napoleoniche. Due ufficiali, fra lo stupore e l’ammirazione dei loro colleghi, come due artisti pazzi intestarditi a indorare l’oro, o a tinger di bianco i gigli, seguitarono una loro faida privata per tutti quegli anni di universale strage». 

Nell’esaustiva introduzione in capo al testo sono poi ottimamente sintetizzati i motivi di interesse di quest’opera, in quanto «nella storia di Feraud, D’Hubert e del loro lungo duello […] viene raccontata l’intera epopea napoleonica […]. Ma quella storia viene ora raccontata in modo tale da disvelarne, o rilevarne, da quella prospettiva così particolare, una figura chiave a prima vista invisibile, una cifra segreta, come celata, quella del conflitto di classe all’interno dell’armée. […] [I]n quella storia di tempi lontani ne viene raccontata, in analogia, un’altra di singolare attualità, o inattualità, quella che riguarda la crisi e l’incombere della fine dell’aristocrazia e della mentalità aristocratica. […] Il duello racconta proprio la fine di un sogno aristocratico di gloria e onore e con ciò anche forse l’imminente fine della belle époque nella tragedia della grande guerra che già si sentiva nell’aria. Ma, ancora, in chiave personale, Il duello certamente rappresenta il ricordo nostalgico, e la fine della gioventù. Poiché di questo infine si tratta: del racconto del passaggio tra l’esaltazione eroica e feroce della gioventù e la pacificazione delle inquietudini, il loro acquietarsi nell’età matura». 

In tempi a noi più vicini – siamo infatti a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento – un certo Stanley Kubrick tenta da par suo («Ha tutto quello che serve per una buona storia. Un eroe eccellente. Avversari potenti. Una storia d’amore tragica. Lealtà e amici traditori. E una gran quantità di coraggio, crudeltà e sesso») di calare la carta Napoleone sul grande schermo senza però riuscirci e finendo per ripiegare (si fa per dire) su William Makepeace Thackeray (1811-1863) e sull’adattamento del suo “Le memorie di Barry Lyndon” (1844), che – nelle meticolose mani del ragazzo ebreo del Bronx divenuto eccentrico signore di una tenuta nella campagna dell’Hertfordshire – diventa Barry Lyndon, uscito nelle sale tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976. Pertanto, giusto quarant’anni fa, in occasione della 30ª edizione del Festival di Cannes – che annovera in concorso, tra gli altri, film e registi del calibro di Tre donne di Robert Altman, I cacciatori di Theodoros Angelopoulos, Questa terra è la mia terra di Hal Ashby, Le Camion di Marguerite Duras, Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli, Elisa, vita mia di Carlos Saura, Una giornata particolare di Ettore Scola, Racconti di Budapest di István Szabó, Padre padrone di Paolo e Vittorio Taviani, L’amico americano di Wim Wenders – non sfugge all’attenzione degli addetti ai lavori e non la presenza di un esordiente che proviene dal mondo della pubblicità, il trentanovenne britannico Ridley Scott (attualmente in sala con Alien: Covenant e che taglierà il prossimo 30 novembre il traguardo delle ottanta primavere) con I duellanti (The Duellists), trasposizione cinematografica della già citata opera conradiana di inizio secolo. 

Argomento e tempistica sembrano lasciare pochi dubbi sia sul carattere che sull’estro di questa new entry del grande schermo – ma non certo del piccolo, visti i tre anni di esperienza alla BBC prima come scenografo e poi come regista e i quindici di attività in ambito pubblicitario, con oltre mille spot realizzati a questo punto della sua carriera – che tempo dopo ha modo di ricordare come si tratti del «quarto tentativo di realizzare un lungometraggio. […] Stavo cercando materiale di pubblico dominio perché non potevo permettermi di comprare una storia. Cominciai a perlustrare tutte le opere scritte nel XIX secolo e trovai il racconto di Conrad, una bozza di un libro più esteso sull’era napoleonica. […] Amo prima di tutto le storie ben congegnate, con temi molto semplici. Credo che Conrad sia uno scrittore dai temi molto forti, ben costruiti, che lo rendono molto filmico». 

Alla fine del Festival la giuria presieduta da Roberto Rossellini (che purtroppo un attacco cardiaco si porterà via di lì a poco, il 3 giugno 1977) assegna la Palma d’oro per il miglior film all’opera dei fratelli Taviani, ma il verdetto non è assolutamente unanime e viene pesantemente contestato dalla stampa. Uno dei riconoscimenti che mette invece tutti d’accordo è quello del Premio della giuria per la migliore opera prima attribuito proprio a I duellanti e ritirato sul palco direttamente dal suo emozionato autore, che un anno dopo riceverà a Firenze anche il David di Donatello come miglior regista straniero: il folgorante e promettente inizio di una carriera che tra alti e bassi sia di carattere artistico che commerciale si è snodata fino a oggi, non certo imprimendo una svolta epocale all’intera storia del cinema ma sicuramente influenzando in molti arrivati successivamente sia il modo di restituire al pubblico che di percepire da spettatori una storia sullo schermo di una sala cinematografica.

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