L’ULTIMA CENA DI PASOLINI/ Il titolare di Pommidoro: “Era strano, nervoso. Dopo l’omicidio fatti inquietanti”

- Silvana Palazzo

L’ultima cena di Pasolini, il titolare di Pommidoro: “Era strano, nervoso. Dopo l’omicidio fatti inquietanti”. Il racconto di Aldo Bravi e quei consigli sulla storia del petrolio…

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Pier Paolo Pasolini (LaPresse)

Pier Paolo Pasolini e la sua ultima cena all’osteria Pommidoro: è il titolare Aldo Bravi a raccontare gli ultimi attimi prima della maledetta notte dell’omicidio al lido di Ostia. In quella trattoria lo scrittore e regista mangiò per l’ultima volta uno dei suoi piatti preferiti: una costata di vitellone con insalata. Poi firmò un assegno da undici mila lire, che ora è affisso all’ingresso dell’osteria. Dopo averlo firmato Pasolini partì alla volta di Ostia, dove fu poi ucciso. Di quella notte resta la testimonianza del patron di Pommidoro, che era intimo conoscitore di colui che è considerato tra i maggiori artisti e intellettuali del XX secolo. «Era strano, si vedeva dai suoi occhi. Mi sembrava nervoso, ma non ci feci troppo caso», racconta Bravi a la Repubblica.

E rivela che gli consigliò di lasciar perdere la storia del petrolio, considerata ora una delle ipotesi della sua morte, perché si interessò a quella “lotta di potere” che prese forma in quegli anni nel settore petrolchimico. «Quelli sono troppo potenti e tu non sei nessuno», gli disse. Ma Pasolini ribadì la sua volontà di andare avanti: «Non mi fermo, è un problema di verità». La verità, un chiodo costante, quasi un’ossessione. Poi l’agguato, il corpo martoriato sulla sabbia e una verità che non è mai venuta a galla. «Io non so come hanno indagato. So solo che con tutto quello che accadde quella sera del due novembre 1975, con tutti quei dettagli che potevano essere decisivi per scoprire gli assassini, si sono permessi il lusso di interrogarmi 40 anni dopo quei fatti. Forse i racconti che mi faceva Pasolini, le nostre chiacchiere, non interessavano nessuno», confida con amarezza Bravi.

E pensare a tutte quelle volte in cui gli aveva salvato la vita: una sera, ad esempio, Pasolini fu circondato da un gruppo di esponenti del collettivo di via dei Volsci perché aveva difeso i poliziotti. «E loro giù a dare botte e a urlare minacce. Allora intervenni io, dissi di lasciarlo perdere perché era uno scrittore, un poeta, un uomo libero». Quelle parole non valsero a nulla e, infatti, dovette chiedere aiuto ad un gruppo di ragazzi appena usciti di galera. Poi la morte e l’incubo durato un mese: cinque persone stazionarono sotto casa sua, senza dirgli nulla. «Mi guardavano e io tremavo. Poi sparirono inghiottiti dal mistero della fine di Pasolini». Nessuno però per quasi 40 anni gli ha chiesto qualcosa di quella sera maledetta…

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