22 JULY/ L’indagine di Greengrass sulla strage di Utoya che parla all’Europa

Il film di Paul Greengrass, targato Netflix e presentato al Festival di Venezia 2018, parla della strage di Utoya in Norvegia del 2011. La recensione di CARMINE MASSIMO BALSAMO

14.10.2018 - Carmine Massimo Balsamo
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Una scena del film

22 July (22 luglio), una data che resterà per sempre nella mente e nel cuore della Norvegia e dell’Europa intera: la strage di Utoya del 2011 per mano dell’estremista di destra Anders Breivik e la reazione del Paese scandinavo al centro del nuovo film di Paul Greegrass, presentato al Festival di Venezia 2018. Tratto dal libro “Uno di noi – La storia di Anders Breivik (One of Us)” della giornalista Åsne Seierstad, il regista britannico presenta sul grande schermo un viaggio fisico e soprattutto emotivo di un sopravvissuto, narrando la strada intrapresa dalla nazione per cercare di riprendersi e trovare la riconciliazione.

La storia, purtroppo, la conosciamo tutti: il 22 luglio del 2011 ci furono due attacchi terroristici coordinati con l’obiettivo di attaccare il Governo, un seminario politico estivo e la popolazione civile tra Oslo e l’isola di Utoya. Il bilancio fu drammatico: 77 vittime e oltre 150 feriti. Il primo attacco avvenne nel centro della capitale, con un’autobomba imbottita di Anfo (Ammonium Nitrate Fuel Oil) parcheggiata di fronte al palazzo ospitante l’ufficio di Jens Stoltenberg (primo ministro norvegese); il secondo attacco, invece, avvenne due ore più tardi sull’isola di Utoya, nel Tyrifjorden: un uomo vestito con una uniforme simile a quella della polizia e provvisto di documenti falsi aprì il fuoco sui partecipanti a un campus organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista Norvegese.

Una storia molto difficile da raccontare: i veri protagonisti di 22 July sono le vittime, con Paul Greengrass che cerca di carpire i motivi che si celano dietro l’azione del terrorista. Un atto malvagio di una persona comune: un giovane bianco appartenente a una famiglia della classe media norvegese, che però operava in un contesto ideologico ben chiaro. Il regista di Cheam ha collaborato con la scrittrice del libro da cui è tratto il soggetto e anche con le numerose associazioni che sostengono da sette anni le vittime e i loro familiari, riuscendo a non spettacolarizzare il dramma e l’attentato, con la violenza che è più suggerita che manifestata. Nessun eccesso, un tocco di sensibilità al fine di evitare ulteriore dolore a chi ha perso un caro. Un film di indagine sulla scia di Bloody Sunday e United 93, che però non posa la sua attenzione sull’azione, bensì sul recupero psicologico dalla tragedia e il ritorno alla vita di tutti i giorni.

La seconda parte della pellicola, un po’ più debole della prima, si concentra sul processo ad Anders Breivik (interpretato dall’ottimo Anders Danielsen Lie) e sul ritorno alla quotidianità di uno dei sopravvisuti, Viljar (Jonas Strand Gravli), che si troverà di fronte in tribunale l’uomo che stava per ucciderlo. Le basi fondamentali di ogni stato di diritto messe in discussione, con la democrazia come unica via per sconfiggere le ideologie del terrore. Una storia locale, la Norvegia, con un messaggio internazionale, l’Europa. Un buon film, l’ennesimo targato Netflix, che vuole ricordare chi è morto, chi è rimasto ferito e soprattutto il perché. Un piccolo particolare: nonostante gli attori siano tutti norvegesi, un cast giovane e di grande qualità, Greengrass decide di girarlo in lingua inglese, un controsenso che comunque non influisce sulle interpretazioni dei protagonisti.

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