CLIMA/ “L’idrogeno potrebbe avere un impatto peggiore rispetto alle fonti fossili”

- Cesare Pansera

L’idrogeno potrebbe aumentare il riscaldamento climatico del 50% rispetto alle fonti fossili e avere un impatto fino a 40 volte superiore alla CO2.

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L’idrogeno potrebbe avere un impatto sul clima maggiore di quanto finora calcolato e, in alcuni casi, persino peggiore rispetto alle fonti fossili. E’ quanto rileva l’ultimo studio sugli effetti delle emissioni di idrogeno nell’atmosfera pubblicato da Environmental Defense Fund (EDF), organizzazione no profit internazionale impegnata nel creare soluzioni trasformative per i problemi ambientali più gravi.

Le molecole pulite saranno cruciali nella decarbonizzazione poiché la quota di elettricità nel consumo energetico finale globale è destinata ad aumentare dall’attuale 20% al 53% entro il 2050, secondo lo scenario Net Zero Emissions by 2050 della IEA. Per questo, il successo dello sviluppo di un’economia dell’idrogeno potrebbe accelerare la transizione energetica verso l’uscita dalle fonti fossili. In quest’ottica la sfida è quella di riuscire a promuoverne un uso sostenibile.
L’idrogeno è infatti una molecola difficile da contenere che, se dispersa nell’atmosfera, può avere effetti indiretti sul riscaldamento climatico (aumenta la presenza di altri gas serra). Nei primi 20 anni dall’emissione può arrivare infatti ad avere un impatto fino a 40 volte superiore della CO2 in termini di riscaldamento. Il successo dell’idrogeno come fonte di energia alternativa a quelle fossili dipenderà dunque dalla capacità di ridurre perdite ed emissioni lungo tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione fino all’utilizzo.

La maggior parte degli studi condotti fino a questo momento si è concentrata sugli effetti di lungo periodo dell’idrogeno ma è nel breve periodo che il suo impatto sul clima risulta maggiore. Nei primi 20 anni dall’emissione in atmosfera, il potenziale di riscaldamento globale (GWP) dell’idrogeno è infatti 3 volte maggiore rispetto a quello calcolato su 100 anni.

Per valutare con maggiore precisione gli impatti potenziali delle emissioni dell’idrogeno, la ricerca di EDF ha dunque riconsiderato il suo ciclo di vita. Ne è emerso che, se le emissioni di idrogeno e metano sono elevate, la produzione di idrogeno blu (gas naturale con cattura del carbonio) potrebbe effettivamente aumentare il riscaldamento climatico a breve termine fino al 50% rispetto ai combustibili fossili. Al contrario, se le emissioni sono basse, l’impatto sul riscaldamento potrebbe diminuire di oltre il 70%. Per quanto riguarda l’idrogeno verde (elettrolisi basata su fonti rinnovabili), invece, elevate emissioni di idrogeno possono ridurre i benefici climatici a breve termine fino al 25%.
“Si stanno prendendo decisioni importanti sui futuri sistemi energetici puliti, con implicazioni per i decenni a venire”, ha dichiarato Flavia Sollazzo, Senior Director on EU energy transition di EDF. “Abbiamo l’opportunità concreta di garantire che gli enormi investimenti in progetti sull’idrogeno in tutto il mondo producano i benefici desiderati, evitando conseguenze climatiche indesiderate. Non si deve rischiare, per questa nuova risorsa, all’inizio della definizione di una filiera industriale, l’errore fatto per il metano, delle cui emissioni si sottovalutò per anni il potere climalterante”.

Nel nuovo PNIEC, l’obiettivo di consumo di idrogeno verde in Italia ammonta a un totale di 0,251 Mton entro il 2030 e richiede circa 3 GW di elettrolizzatori. Il settore industriale dovrebbe consumare 0,115 Mton e quello dei trasporti 0,136 Mton entro il 2030. La produzione nazionale rappresenterà l’80% degli obiettivi di idrogeno per il 2030. Inoltre, l’Italia ha stanziato 2 miliardi di euro del PNRR per lo sviluppo dell’idrogeno verde nei settori hard to abate, per cui l’UE ha appena dato il suo via libera per una misura da 550 milioni di euro in aiuti di Stato per le imprese.

“La strategia italiana per l’idrogeno mira a ridurre di circa il 30% le emissioni nazionali di gas serra entro il 2030, costruendo un’economia dell’idrogeno che comprenda la produzione nazionale e il commercio internazionale di questa risorsa”, ha aggiunto Flavia Sollazzo. “Ma questo obiettivo può essere raggiunto solo con un’accurata comprensione dei suoi impatti climatici. Se, infatti, da un lato l’idrogeno ha il potenziale per contribuire alla decarbonizzazione della base industriale italiana, dall’altro potrebbe avere effetti negativi per il clima nel breve termine, a meno che non comprendiamo e affrontiamo i suoi reali rischi climatici”.







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