CONTE BIS/ Autonomia e Mezzogiorno, come vincere i dubbi di Ue e Nord

- int. Amedeo Lepore

Servono politiche innovative e un maggior coordinamento tra i vari strumenti. L’obiettivo è uno sviluppo più giusto e coeso dell’intero Paese

napoli industria fincantieri castellammare lapresse 2018
Varo di una nave alla Fincantieri di Castellammare (Lapresse)

Il premier Giuseppe Conte, durante l’incontro a Bruxelles con Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, oltre ad affrontare i nodi della revisione del Patto di stabilità e del Regolamento di Dublino, ha posto sul tavolo anche un terzo obiettivo “fondamentale per l’Italia e per gli italiani: un regime di interventi straordinari che favoriscano la ripresa e lo sviluppo del nostro Mezzogiorno”. Un piano che farà breccia nella Ue solo se non sarà improntato all’assistenzialismo. Come vincere la sfida?

“Il 5 settembre, giorno in cui al Quirinale ha preso forma il governo Conte-2, è stato anche l’anniversario dell’uccisione nel 2010, ad Acciaroli, di Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Pollica, in provincia di Salerno”. La coincidenza tra i due eventi offre lo spunto ad Amedeo Lepore, professore di Storia economica all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, per rilanciare una nuova politica per il Sud e una nuova strategia per l’autonomia delle regioni. “Vassallo è stato un esempio importante di buona modalità di funzionamento dello Stato e potrebbe rappresentare l’abbrivio ideale per aprire una fase nuova. Innanzitutto, sarebbe il caso che si venisse finalmente a capo di una vicenda oscura, riuscendo a capire chi sono stati gli esecutori di questo efferato delitto che ha tormentato e tormenta tutte le persone di buona volontà. Vassallo ha rappresentato un’esperienza innovativa, facendo grandi cose per il Sud. E proprio la sua esperienza innovativa – aggiunge Lepore – dovrebbe ispirare le politiche per il Sud e per l’autonomia di questo governo”.

Per il premier Giuseppe Conte tra le priorità del suo governo figura il lancio di un piano straordinario di investimenti per la crescita e il lavoro al Sud. L’obiettivo, come si legge anche nella bozza del programma di governo, è colmare il divario Nord-Sud. Non è una ricetta già sperimentata in passato? Che cosa ne caratterizza la novità?

Nell’ultimo periodo si è sperimentato un percorso inverso, che ha privilegiato il trasferimento del reddito verso il Mezzogiorno e non ha previsto interventi di carattere strutturale. L’idea di puntare su investimenti e lavoro è giusta, può servire a coordinare una serie di strumenti e di politiche di intervento per il Mezzogiorno.

In particolare?

Il taglio del costo del lavoro, realizzabile in vari modi, può essere collegato ad altre misure, che invece prevedono direttamente investimenti per l’allargamento della base produttiva. Sono due tipologie d’interventi contestualmente essenziali per lo sviluppo del Mezzogiorno.

Perché?

Da sola la riduzione del cuneo fiscale si applicherebbe a una base industriale ristretta, mentre l’incentivo agli investimenti per il Mezzogiorno potrebbe anche non produrre un aumento dell’occupazione, se non vi sono misure che possano andare a stimolare la creazione di nuova occupazione.

Su quali strumenti, allora, si punta per rilanciare il Sud e per colmare il divario con il Nord?

Si deve puntare su strumenti e politiche per il Mezzogiorno innovative, che guardino anzitutto alla possibilità di un coordinamento tra le strutture esistenti, che sono troppe. Abbiamo l’Agenzia per la coesione territoriale, il Dipartimento per le politiche di coesione, Invitalia, la Banca del Mezzogiorno, per certi versi Cdp e per l’internazionalizzazione e l’attrazione degli investimenti esteri Ice, Sace e Simest.

Cosa sarebbe più utile fare?

Sarebbe necessario avere perlomeno un capofila, che potrebbe essere anche Invitalia, un’agenzia che già si occupa di investimenti nel Mezzogiorno. E sarebbe giusto che gran parte degli interventi fossero gestiti dal ministero per il Mezzogiorno e dall’Agenzia per la coesione. Non a caso l’ho citato come ministero per il Mezzogiorno, perché credo che sarebbe utile dare questa definizione per cercare di unificare le politiche per il Sud con le politiche per la coesione. Parimenti innovativo ed essenziale sarebbe l’unificazione delle politiche come credito di imposta per gli investimenti, contratti di sviluppo, decontribuzione delle nuove assunzioni e altri interventi in un’unica misura generale di carattere nazionale, ma prevedendo incentivi o agevolazioni di maggiore intensità per il Mezzogiorno.

Molti commentatori hanno notato che il Conte-2 è un governo che poco rappresenta il Nord, ma nei giorni scorsi il nuovo ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, ha dichiarato che “il Sud ha bisogno del Nord”. Che cosa ne pensa?

Il Sud e il Nord hanno bisogno di una nuova reciprocità, perché in una logica sempre più europea e internazionale anche il Nord da solo rimarrebbe ai margini. Al di là della composizione del governo, è importante puntare su politiche unificanti, che rendano evidente come sia possibile creare interessi e convenienze. Già è avvenuto negli anni scorsi attraverso la creazione di filiere produttive, in particolare nei settori più avanzati, sia al Nord che al Sud, con la capacità, integrandosi a livello sovraregionale, di internazionalizzarsi. Queste filiere hanno rappresentato uno degli elementi positivi di un Mezzogiorno che ha cercato di risalire la china.

L’alleanza M5s-Pd intende affrontare anche il nodo dell’autonomia differenziata, che deve però essere “giusta e cooperativa”. Che cosa significa?

Il fatto che il tema dell’autonomia debba svolgersi in un quadro nazionale è importante, ma non è stato perseguito negli ultimi 15 mesi, anzi si è fatto l’opposto. Si è puntato a frantumare, a creare divisioni e ineguaglianze, cercando di favorire chi già è in grado di svolgere delle politiche più consistenti e avanzate. Essere giusti e cooperativi significa puntare invece sulla possibilità di uno sviluppo armonico ed equilibrato a livello regionale, il che vuol dire sostanzialmente che non si può creare autonomia se non si applicano le norme già esistenti, a cominciare dai Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), che sono di fondamentale importanza per determinare i fabbisogni standard e uscire dalla vecchia logica dei costi storici, che ha creato disparità territoriali e non ha favorito l’efficacia delle prestazioni. Perciò bisogna ricostruire un meccanismo, e penso che lo si possa fare, che dia responsabilità alle Regioni in modo equanime e in un ambito nazionale.

I governatori del Nord sono già sul piede di guerra: si lamentano che l’autonomia potrebbe essere rallentata, se non addirittura ripartire da capo. Si corre questo rischio?

A volte per fare le cose in fretta si fanno male. E’ anche vero che il nostro paese ci ha abituato a tempi biblici per la realizzazione dei progetti. Ma vorrei ricordare che è in vigore una legge, da 10 anni inattuata, che richiederebbe la definizione dei Lep e l’organizzazione di un fondo di perequazione, da finanziare per far sì che non vi siano disparità territoriali. Quello che viene chiamato il residuo fiscale è stato pensato negli anni Cinquanta negli Stati Uniti proprio per realizzare una perequazione tra gli Stati più avanzati e quelli più arretrati. Dovrebbe avvenire lo stesso in Italia, senza creare nessun subbuglio. Fare in modo che si creino condizioni di pari opportunità di partenza e al tempo stesso si possa svolgere una competizione, oltre che una cooperazione, tra le regioni.

Una competizione e una collaborazione. Come?

La competizione può portare a best pratice da seguire per chi ancora non ha raggiunto livelli di efficacia essenziali, ma al tempo stesso si possono determinare le condizioni per garantire parità di partenza a chi è svantaggiato. Il fondo di perequazione non è altro che un modo per evitare ineguaglianze a livello territoriale e sociale. E si possono creare le condizioni perché la competizione fra regioni non avvenga secondo uno schema Nord-Sud, ma secondo uno schema a geometria variabile che rende tutti in grado di competere e di misurarsi, proprio affinché sia il paese nel suo insieme a poter fare passi in avanti, migliorando le istituzioni a livello territoriale.

Altri interventi auspicabili?

Bisognerebbe coordinare l’attività del Mediocredito Centrale, cioè della banca del Mezzogiorno alle dipendenze di Invitalia che è impegnata nel fare interventi di equity, con il progetto della Banca del Sud, così da poter mettere in pista uno strumento che supplisca alla carenza di credito che soffrono le imprese del Mezzogiorno, in particolare le Pmi, in un momento in cui grandi istituti stanno pensando a interventi proprio in quell’area.

(Marco Biscella)

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