CRIMEA, UCRAINA, NATO, RUSSIA/ Sapelli: ecco chi vuole la guerra atomica

- Giulio Sapelli

La perdita per la Crimea sarebbe insopportabile per la Russia. A quel punto potrebbe davvero cominciare un conflitto nucleare

ucraina crimea navi russia sebastopoli 1 lapresse1280 640x300 Nella base russa di Sebastopoli, Crimea (LaPresse)

La guerra di aggressione imperialistica e imperiale della Russia all’Ucraina è giunta a un punto di svolta decisivo. La Turchia ha riconosciuto la Crimea come entità storica costitutiva della nazione ucraina. La questione è secolare, come sanno tutti coloro che non fondano le loro opinioni sul deserto conoscitivo odierno, dominato dall’isteria anti-conoscitiva. Caterina la Grande fece della Crimea un punto decisivo della sua politica di creazione di quell’impero che doveva bagnare i suoi piedi tanto nei mari caldi del lago atlantico del Mediterraneo, quanto in quelli freddi dell’Indo-Pacifico, dando così vita all’immensità di un impero che trasformava il dominio mongolo di un tempo in una potenza tanto grande quanto, però, ancor incapace di contendere al Regno Unito il dominio dell’India. Di qui le vicende di oggi, non dimentichiamolo.

Ma la Russia imperiale doveva, tuttavia, in quel modo, dalla Crimea, estendere il suo potere tanto contro la Prussia, quanto contro gli storici Stati mesopotamici. Cavour insegnò agli italiani di cosa si trattava e, letto oggi con Tolstoj, arricchisce la mente e placa i furori degli imbecilli. L’unità d’Italia si costruisce come annessione al Piemonte sul problema della Crimea: sembra impossibile se si guarda solo all’odierno panorama italico con il suo landscape ideologico… Inizia allora, nei tempi del nostro Risorgimento, la guerra del Grande Medio Oriente e, insieme, anche quella della lotta sanguinosa balcanica, storia di risorgimenti anche quella. E storia di potenza da parte della Prussia e poi della Germania e della Francia e infine anche dell’Italia, sotto lo sguardo attento del Regno Unito.

Una di queste guerre di potenza mai ricordata si sarebbe scatenata già alla fine dell’Ottocento su basi oltreoceaniche, come aveva ben inteso il troppo poco studiato Domenico Bonamico, quando le navi statunitensi si affacciarono ai porti marocchini per impedire alla Germania di divenire una potenza marittima attraverso l’imperialismo africano. E poi – quando l’Artico sarebbe divenuto campo di potenza – ecco gli Usa in campo via rafforzamento della Nato a Nord, come infatti è avvenuto a partire dagli anni Novanta del Novecento. Presenza Usa, questa volta, per annessione imperiale delle nazioni europee; consegnando così le italiche sponde a un marginalità perenne di cui non si ha nessuna consapevolezza, come dimostra l’incomprensione di che cosa sia veramente la crisi energetica: non un’inflazione, ma una destrutturazione, appunto, delle relazioni di potenza. Destrutturazione che ha di mira di nuovo la Germania e il suo legame cinese, che va spezzato indebolendo anche tutte le nazioni europee attraverso le sanzioni economiche alla Russia e all’Ue nello stesso tempo.

L’Artico, il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico erano il triangolo della potenza imperiale disegnato come destino del mondo russo da Gorchakov, il geniale dominus della diplomazia ottocentesca non solo russa e il fondatore della grandezza euroasiatica russa di cui Primakov e – oggi – il disperato Karaganov sono stati e sono gli interpreti più profondi.

La vittoria di Stalin nella Seconda guerra mondiale con l’occupazione di Berlino da parte dell’Armata rossa poneva le basi per l’ampliamento del mondo russo come grande potenza come mai prima era così potentemente avvenuto. Ma gli Usa non lo permisero, sia al tempo della crisi marocchina, della Prima guerra mondiale e di Versailles, sia al tempo dell’occupazione di Berlino, e non lo permettono oggi. Il Grande Medio Oriente e il Nordafrica sono cosa loro. Non si può dormire all’italiana se si domina il mondo, soprattutto quando tale dominio è sempre più in pericolo. L’Impero può sonnecchiare, ma non gli è consentito addormentarsi. La ritirata dall’Afghanistan lo ha reso manifesto: il destino è la veglia continua.

Parve al mondo che, dopo la Seconda guerra mondiale e la vittoria dell’Armata rossa a Berlino, la vittoria contro il Giappone degli anglosferici e la neutralizzazione delle potenze europee, con la divisone tedesca e la rottura francese della Nato, potesse essere possibile un disegno italo-francese per impedire alla Germania di rendere troppo manifeste velleità imperialistiche e di divenire quella potenza marittima che poi divenne e che gli Usa sempre schiacciarono. Una potenza di terra non può opporsi a tale disegno. Lo potrebbe la Francia, unica potenza marittima continentale, unica forza imperiale in potenza anche se non in atto. Ma essa, per la sua storia secolare e per la sua rivoluzione fondativa giacobina, non può dominare con l’egemonia: può solo disgregare e possedere nazionalisticamente. Ma l’Europa di Ventotene avrebbe bisogno di ben altro. Un bene che non si trova più: forse è finito per sempre. Come sono finiti quei socialisti eretici rivoluzionari che quel documento mai letto scrissero.

Oggi la storia si ripete sotto le vesti ucraine. E turche. Fallito il tentativo di rivitalizzare l’ala anti-islamista dell’armata turca e della sua intellighenzia, fallito Gülen e il colpo di Stato, non rimaneva agli Usa che ricercare l’alleanza della Turchia, accarezzandone i disegni neoimperiali. Le guerre libiche e siriane erano fatte apposta per consentire la realizzazione di un nuovo genocidio turco, ora nei confronti dei curdi dando a esso addirittura una rilevanza internazionale con l’annessione della Svezia e della Finlandia alla Nato, del resto preparata da anni e anni.

Certo, ricordiamolo, tutto cambiò con il crollo dell’Urss e la sconfitta dei disegni di un’europeizzazione della Russia che ne superasse il destino eurasiatico. L’estrazione spietata delle risorse russe da parte del liberismo finanziarizzato dispiegato scatenò la reazione nazionalistica che la storia ci aveva insegnato a leggere nelle vicende degli slavi del sud e nelle guerre balcaniche. Putin e il nazionalismo ucraino sono le facce di una moneta di conio che ha generato solo moneta di guerra, come Marx ed Engels, con tutto il pensiero democratico ottocentesco, da Garibaldi a Herzen a Heine a Kossuth, ci insegnerebbero a comprendere sol che li leggessimo ancora e sempre. Nel Grande Medio Oriente Putin aveva intrapreso a conquistare di fatto la potenza, incontrastato, così come era avvenuto in Georgia e in Crimea nel primo decennio degli anni Duemila. L’ascesa dell’impero neo-ottomano in Siria e in Libia mette ora in pericolo le basi russe della Crimea e della Siria, vanificandone le guerre.

La Crimea ucraina non potrà che favorire la continuità di una guerra che è destinata a non finire mai e a rimanere una brace perenne di tipo balcanico. Sino all’estenuazione dei contendenti e dei mondi che rappresentano. Il pericolo vero è che la disperazione imperialistica russa, con la perdita della Crimea e la caparbia volontà dell’anglosfera, seguita dall’Ue, di favorire tale perdita, trasformino le parole e gli scritti di coloro che sono convinti che in tal modo si voglia distruggerla e smembrala, la Russia. E che il solo rimedio non possa che essere una guerra nucleare.

È questo che bisogna tenere in conto. Un tema molto più grave di tutte le crisi energetiche e alimentari che ci spaventano, distogliendoci dal problema e dal dramma incombente.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI





© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultime notizie di Usa

Ultime notizie