SI VOTA IL 27 OTTOBRE?/ I tre ostacoli davanti a Salvini: promesse, procure e mercati

- Sergio Luciano

Resta solo da certificare, tra una decina di giorni, in Parlamento la caduta del Governo Lega-M5s con il ritorno alle urne alla fine dell’anno

Palazzo_Chigi_Lapresse
Palazzo Chigi (Lapresse)
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Elezioni anticipate, voto il 27 ottobre, governo di minoranza del Presidente per gestire il voto e non lasciare che il Viminale venga amministrato dal predestinato alla vittoria nella marcia di avvicinamento alle urne. È lo scenario più attendibile di una lunga vigilia di show-down, se è vero come pare che sarà il 20 agosto la data fatidica della formalizzazione in Parlamento dell’avvenuta fine dell’innaturale connubio tra Cinquestelle e Lega alla guida del Paese.

Dunque Salvini ha vinto? Per ora senz’ombra di dubbio sì. Si può, però, giocare diversamente con le definizioni, per capirci forse un po’ di più. Più che vincere il Capitano, hanno perso i suoi avversari. È una dinamica storica che si ripete di quando in quando. Viene in mente Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, che nocque ad Annibale, con il suo far attendere le Legioni a Capua, più dell’interventismo incosciente di alcuni suoi colleghi generali. Viene in mente il generale Kutuzov, che ritirandosi progressivamente verso Mosca trascinò l’inconsapevole esercito napoleonico verso quella che sarebbe diventata la gelida mortale trappola dell’inverno russo… Ma forse viene in mente ancora Napoleone, soprattutto quando affermava di preferire di gran lunga un generale fortunato a uno bravo…

Comunque: indubbiamente Salvini ha vinto – perché ha vinto! – aspettando che gli altri sbagliassero. E hanno sbagliato, eccome! E qui è stata la lungimiranza del paziente Salvini, ma anche la sua fortuna da generale napoleonico. Vediamo perché.

Tre settimane fa, quando Giancarlo Giorgetti salì al Quirinale a parlare della sua candidatura, revocandola, a Commissario europeo, si disse, con ottima approssimazione!, che era anche andato a parlare – per la prima volta sul piano concreto e potenzialmente operativo – della possibilità di una crisi di governo.

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E i giornali ben informati, e meglio ispirati da un certo establishment, rivelarono che il Capo dello Stato – giustamente sollecito della massima durata politicamente possibile di ogni legislatura – aveva garbatamente informato Giorgetti e per esso Salvini che se il Capitano avesse preteso di forzare la mano di una crisi politica in quel momento, lui non sarebbe stato d’accordo e avrebbe neutralizzato la mossa attivando un “piano B”: una maggioranza parlamentare alternativa costituita da Cinquestelle e Pd. La stessa che in fondo, e giustamente, Mattarella avrebbe volentieri messo alla prova quindici mesi fa, dopo il voto delle politiche 2018, per celebrare nozze politiche meno mostruose di quelle poi maturate, sul patetico contratto, tra leghisti e grillini.

Ebbene, cos’è successo di nuovo in queste tre settimane, da allora a oggi? Che i grillini e i piddini, anziché godersi lo spettacolo di un Salvini chiuso all’angolo, e approfittarne, hanno pensato a squartarsi ciascuno al proprio interno. I grillini, attaccando sempre più il povero Giggetto Di Maio fino a isolarlo e a trascinarlo nella suicida decisione di votare contro la Tav e dunque contro il “loro” presidente del Consiglio: oggi di fatto i grillini sono spaccati in due; e i piddini, formalizzando – grazie al feroce “cupio dissolvi” dell’Innominabile Bullo di Rignano – la spaccatura del partito in due sottoinsiemi entrambi destinati all’irrilevanza.

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Dunque quel piano B che appena venti giorni fa aveva giustamente rappresentato un mattarelliano spauracchio antileghista, come l’aglio per Dracula, è evaporato al sole lasciando Mattarella alla sua legittima e scrupolosissima osservanza dei doveri istituzionali: far prendere atto al Parlamento della fine dell’alleanza politica di governo, constatare l’assenza di alternative e indire elezioni anticipate. Proprio lo scenario che Salvini si augurava e che non poteva da solo far nulla per avverare. Ci hanno pensato i suoi nemici-amici, i suoi avversari-aiutanti. Più cretini di così, si muore. Per la cronaca: si è spaccata formalmente, con lo scisma di Toti, anche Forza Italia: ma questo per il Capitano conta meno, perché dove vuoi che si accodino gli ex forzisti alle elezioni o dopo, se non al Carroccio?

Attenti, però: quel che si apre per il capo leghista è una marcia non breve allo scoperto, esposto al fuoco di qualsiasi cecchino. Innanzitutto delle Procure: e non perché sia minimamente motivabile, oggi, una sua qualche vulnerabilità a questa o quella accusa (a parte le fregnacce di qualche procuratore zelota per le faccende del no all’immigrazione clandestina); semplicemente perché in Italia, da 25 anni, chiunque sostenga una riforma della giustizia vera, capace di sanare quello scandalo permanente che è l’inefficienza giudiziaria, di eliminare l’assurdo della convergenza delle carriere, e insomma non di depotenziare l’autonomia delle toghe, ma di assoggettarla non alla politica ma a un qualsiasi regolamento, l’ha pagata carissima, salvo poi essere prosciolto da ogni accusa, anni dopo e dopo l’opportuno massacro mediatico e il conseguente declino politico.

Ma non è solo dalle Procure virtualmente vendicative che Salvini deve guardarsi: l’altro nemico mortale del Capitano sono i mercati. Perché, non sappiamo quanto consapevolmente, c’è una parte interessante nel messaggio salviniano all’Europa, che non è sovranista né populista. È, semplicemente, sostanzialista: l’Europa come l’abbiamo conosciuta negli ultimi anni di reggenza belga ai diktat tedeschi è un’Europa iniqua ed egoista, una macchina oliata a puntino per pompare olio lubrificante negli ingranaggi della locomotiva tedesca che grazie anche a quest’olio – a tutti noi – macinava surplus commerciali vietati dai Trattati e accumulava riserve valutarie, spingendo i suoi Bund a una redditività negativa, il suo debito pubblico al minimo storico (eppure la sua popolazione alla depressione psicologica ed economica): ma questa è un’altra storia.

Dunque i mercati non aspettano altro che di poter far leva su un’eterodossia vincente in un Paese-chiave per l’euro com’è il nostro e attaccare la moneta unica europea, mordendola in uno degli anelli più deboli della sua catena, appunto l’Italia. Se durante la campagna elettorale, all’ennesima promessa finanziarie dei leghisti, lo spread decollerà e raggiungerà i 400 o i 500 punti, la storia della politica italiana soccomberà alla legge dei mercati globali. S’è già visto e si sa: la storia si ripete.

P.S.: L’avvocato degli italiani, Giuseppe Conte, il Premier di garanzia designato dai Cinquestelle, il Carneade assurto – non senza ammirevoli capacità operativa – agli onori della cronaca ha preso la parola a sera tardi per schierarsi dalla parte dei suoi mandanti veri, appunto i Cinquestelle, e scaricare sulle spalle di Salvini tutta la responsabilità della crisi che Salvini… si era già intestato da ore. Un moto di ribellione personale a mesi di penombra e marginalità, tacitamente e implicitamente accettate con l’accettazione del mandato, del tutto comprensibile sul piano appunto della persona, quanto irrilevante sul piano politico.

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