CRISI DI GOVERNO/ Il giurista: i limiti del Colle per non violare la Costituzione

- Stelio Mangiameli

In queste ore va prendendo puntualmente corpo l’idea che qualsiasi somma di voti che consente la vita della maggioranza sia politicamente legittima. Falso

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in Senato (LaPresse)

In questi giorni, con la ricerca di “stampellatori” del governo Conte 2, si sta consumando l’ennesima operazione ai danni della democrazia parlamentare. Tuttavia, rimbomba da diverse parti che la forma di governo parlamentare consentirebbe, senza problemi, il farsi e il disfarsi della maggioranza con qualsivoglia mezzo lecito o meno, moralmente accettabile o meno, politicamente significativo o meno, purché alla fine della conta vi sia una maggioranza, anche di un solo voto. Non è peraltro la prima volta che una visione del genere viene prospettata e, quanto ad esempi, quello che accadrà lunedì e martedì nelle aule parlamentari – se accadrà – non sarebbe un inedito.

È però dubbio che storicamente una Repubblica parlamentare si qualifichi per questo modo di fare, alquanto miserabile.

Che forma di governo, infatti, sarebbe quella dove i comportamenti istituzionali non sono normati in modo coerente con il funzionamento delle istituzioni, con il sentire dei cittadini e sono abbandonati a prassi politicamente discutibili?

Una Repubblica parlamentare si fonda sulla competizione dei partiti politici per la conquista della rappresentanza grazie ad elezioni generali in cui la volontà dei cittadini conti dal primo momento, che è quello della presentazione delle candidature, e sino a quello finale della proclamazione dei risultati. Da lì in poi spetta ai rappresentanti, agli eletti, comportarsi in modo coerente con il mandato conferito dagli elettori; perché un mandato politico gli elettori lo conferiscono, al di là del fatto che in genere non possono revocare gli eletti.

In questa competizione i partiti politici sono guidati dal loro leader che esplicita l’immagine del partito stesso e il programma di governo proposto. Così, un prima chiara indicazione è che il partito che vince le elezioni può ben pretendere di guidare il governo nella persona del suo leader. Si ha così il passaggio dalla leadership alla premiership come conseguenza della volontà degli elettori. In un contesto simile è compito del Presidente della Repubblica fare in modo che si realizzi questo disegno, senza inframmettere opzioni diverse, perché i vincoli costituzionali della forma di governo parlamentare condizionano anche la decisione del Capo dello Stato.

È chiaro che se i partiti politici che partecipano alla competizione sono tre, o molti di più, e nessuno ottiene la maggioranza assoluta, la formazione del governo debba seguire le regole della coalizione, per la quale comunque il mandato deve essere dato al leader del partito di maggioranza relativa, con il compito di dare vita ad una coalizione coerente con i programmi dei partiti votati dai cittadini. A tal fine, in alcuni ordinamenti, oltre a leggi elettorali che limitano sensatamente il multipartitismo, esistono convenzioni costituzionali che mettono i cittadini in condizione di scegliere, con il loro voto, anche la coalizione, attraverso le dichiarazioni convergenti dei leader dei rispettivi partiti e in questo caso il compito del Presidente della Repubblica è di accompagnare la coalizione all’assunzione della responsabilità di governo.

Non sempre, però, i risultati elettorali sono univoci e non sempre la manifestazione della volontà popolare conduce naturalmente alla formazione di una maggioranza; ma questo, di per sé, non apre alla possibilità di realizzare una maggioranza stravagante o raccogliticcia, perché si vota per la rappresentanza e il governo, e si governa solo se tra il leader del partito di maggioranza relativa, che assume la guida del governo, e gli altri leader, coinvolti nella compagine di governo, vi è una certa compatibilità e un’assunzione comune di responsabilità su un programma comune, che non è fatto da pezzi di programma di ciascun partito che compone la maggioranza. Questo sarebbe un modello spartitorio del governo, ma non un governo parlamentare.

In definitiva, nella forma di governo parlamentare non vi è alcuno spazio per una maggioranza rabberciata o racimolata, perché questa sarebbe così scadente da determinare uno sviamento dell’azione di governo, senza possibilità di consentire ai cittadini l’esercizio del giudizio di responsabilità al momento del rinnovo della rappresentanza.

Di conseguenza, si ricava anche che, quando non sia possibile arrivare ad una maggioranza coesa, o quando questa implode, non è affatto vero che è compito del presidente della Repubblica di avallare qualsivoglia tipo di maggioranza, anche se questa non ha le caratteristiche che la forma di governo parlamentare richiede; bensì il Capo dello Stato, quale garante della Costituzione, deve verificare se sussiste ancora una maggioranza che per consistenza e programma possa tenere il timone (gubernaculum) dello Stato. In questo compito egli deve prodigarsi con impegno, ma deve anche fermarsi prima che operazioni degradanti si compiano, procedere allo scioglimento delle Camere e ridare la parola agli elettori.

Le elezioni sono sì l’estrema ratio, perché se le Camere possono governare non vi è motivo per lo scioglimento, ma sono dovute se non vi sono i presupposti seri di un governo parlamentare. Infatti, nella crisi non la maggioranza va calcolata, bensì la capacità di governo, che in genere è autorevole subito dopo il voto, mentre nel corso del tempo si logora, si affievolisce e si disfa.

Nel caso italiano, nonostante queste regole siano scritte nella Costituzione – basta saperla leggere – non sempre sono applicate. Prendiamo, ad esempio, la XVIII legislatura; quella aperta dal voto del 23 marzo 2018. Nessuna delle liste elettorali è stata supportata dalle firme degli elettori, la qualcosa avviene da tempo con norme di dubbia costituzionalità che espropriano i diritti degli elettori e tornano comodi a partiti autoreferenziali. Il Rosatellum, frutto di una pessima alchimia elettorale e lontano dalle indicazioni della Corte costituzionale, contempla coalizioni e trasferimenti di voto senza alcuna garanzia per il voto dei cittadini, per cui si vota per una coalizione o per un partito, ma si concorre all’elezione di un candidato di un altro partito, o quel partito non è più tenuto a mantenere il vincolo di coalizione dopo le elezioni.

Subito dopo si è assistito alla formazione di una coalizione in violazione delle regole della legge elettorale e secondo il modello spartitorio del governo; basti pensare al programma: reddito di cittadinanza per il M5s e quota 100 per la Lega. Per di più il Presidente del Consiglio dei ministri non è il leader di una forza politica, non ha combattuto nelle elezioni e nemmeno è un membro delle Camere. Non si dica, per amor di Dio, che non è un requisito costituzionalmente necessario, perché appunto sarebbe una bestemmia in termini di legittimazione politica e istituzionale!

Alla rottura di questa coalizione, dopo appena un anno, si compone una nuova maggioranza, con lo stesso problema di legittimazione del Presidente del Consiglio e, per di più, tra partiti che si erano contrapposti aspramente in campagna elettorale e consideratisi reciprocamente incompatibili. Inoltre, il partito palesemente sconfitto dal voto, il Pd, si ritrova al governo con Italia viva che, per inciso, non è mai stata votata dagli elettori.

Adesso che anche questa compagine è entrata in crisi, si vuole ricorrere ai “voltagabbana” e ai “transfughi”, che – potenza del linguaggio – sono diventati “responsabili” e “costruttori”. Inoltre, con una furbizia dell’ultima ora, attesa l’incertezza del voto del Senato, il Presidente del Consiglio avrebbe deciso di rimettere il mandato subito dopo il voto alla Camera, che verosimilmente sarà favorevole, in modo, forte di questo voto, da poter riottenere il reincarico da parte del Capo dello Stato.

Non sappiamo quanto il Quirinale sia partecipe di questo progetto; in ogni caso, il significato che emerge è che non ci si limiterebbe più a manipolare le Camere parlamentari a convenienza, ma si vorrebbe fare apparire scontata la decisione del Capo dello Stato. Ovviamente, sono passate in secondo piano la pandemia, il Recovery Plan, il Mes sanitario, i servizi segreti, gli scostamenti di bilancio e quant’altro.

È vero che le disposizioni costituzionali spesso non sono tutelate da sanzioni, ma ciò non vuol dire che le si possa violare impunemente. Il rispetto della Carta, per lo più, è rimesso al comportamento istituzionale dei diversi “attori costituzionali”, che in quanto attori devono rispettare il copione della Repubblica parlamentare e non agire secondo il loro comodo e, quando mai questo dovesse accadere, l’unica medicina prevista dalla Costituzione sono le elezioni.

Otto von Bismarck, il grande cancelliere tedesco, amava dire che “la politica è l’arte del possibile”, ma il possibile, in politica, si distingue dall’impossibile sulla base dei principi perseguiti e una politica senza principi non è più una arte possibile.

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