CRISI TURISMO/ Dal Governo poche mancette e nessuna strategia di ripresa

- Alberto Beggiolini

Nella Legge di bilancio e nel Recovery plan ci sono pochissime misure, perlopiù sussidi, per il turismo. Nessun piano vero di rilancio del settore

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Vernazza, nelle Cinque Terre (LaPresse)

Mercoledì 30 dicembre è stato licenziato definitivamente il ddl n. 2054 Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2021 e bilancio pluriennale per il triennio 2021-2023. La legge di bilancio è già in Gazzetta ed è entrata in vigore l’1 gennaio. Vale la pena riassumere i punti salienti inseriti riferiti specificatamente al settore turismo.

È stato deciso il rifinanziamento di 100 milioni per l’anno 2021 del fondo a sostegno di agenzie di viaggio, tour operator, guide, accompagnatori turistici e le imprese di trasporto di persone con autobus scoperti; estensione del contributo a fondo perduto per attività economiche e commerciali nei centri storici di rilevante interesse turistico; istituzione nello stato di previsione della spesa del Mibact di un fondo per incentivare la ripresa dei flussi turistici di ritorno, con una dotazione di 1,5 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2021-2023; istituzione di un fondo per la tutela e la valorizzazione delle aree di interesse archeologico e speleologico, con una dotazione di 4 milioni di euro per l’anno 2021; istituzione del fondo sperimentale per la formazione turistica esperienziale, con una dotazione di 1 milione di euro per ciascuno degli anni 2021 e 2022.

Nell’aridità desertica in cui è precipitato l’intero comparto, anche un sorso d’acqua può essere utile, ma sicuramente non fa la differenza. È stato detto più volte che questa grande crisi avrebbe potuto essere il punto zero su cui costruire più solidamente le regole, l’organizzazione, la modernizzazione del turismo italiano, che ieri valeva il 13% del Pil, ma oggi nessuno lo sa più, e che però tutti immaginano che potrebbe diventare il vero volano su cui puntare per una complessiva rinascita post pandemia. Il turismo in Italia è l’unico settore che trascina con sé, in alto o in basso, ben altro, a partire da servizi e commercio: non ci potrà mai essere una vera ripresa dei consumi se il turismo non tornerà a ingranare. Ma certo qualsiasi tonico, come i vari fondi e fondini previsti dalla legge di bilancio, da solo non porta a niente se non a un tentativo di incerta animazione sospesa e di un supposto, rapido incasso di consenso.

In realtà, gli operatori più strutturati sognano ben altri provvedimenti, magari di impatto meno immediato, ma in grado di proiettare il settore avanti, verso i confini delle nuove modalità e competitività dei prossimi tempi. Più informatizzazione, più diretto il rapporto con la clientela, pre e post vendita, più sostenibilità nelle conduzioni e nelle proposte, più conoscenze e formazioni, più rispetto e varietà nelle destinazioni, più sicurezza, più aderenze alle regole e più trasparenza. Meno approssimazione, meno certezze nelle rendite di posizione, meno ostinazione nelle consuetudini anacronistiche, meno disinvolture e distrazioni nelle gestioni.

Una programmazione seria del turismo prossimo venturo, invece, ancora non c’è. Lo dimostra anche la seconda bozza del Pnrr, il piano nazionale di resilienza e rilancio, “fatta trapelare” a fine anno. Si tratta dell’ipotesi di ripartizione dei miliardi in arrivo dall’Unione europea: anche in questa nuova versione le risorse previste per cultura-turismo si aggirano sull’1,8%, poco più di tre miliardi su 196 (per la maggior parte destinati alla cultura). È purtroppo evidente la scarsa considerazione per un settore che vale il 13% di Pil ma solo l’1,8% di peso politico (ma meno della metà, senza la cultura).

Se a livello centrale è scontata la maggiore attenzione alle manifatture e alle industrie, è altrettanto vero che lo stesso turismo paga decenni di inedia, di trascuratezza, di lobbismi che hanno parcellizzato una rappresentanza mai in grado di contare davvero: 13% di Pil generato ma nemmeno un dicastero “dedicato”, con un ministro in duplex con i beni e le attività culturali. Proprio le risorse mobilitate dall’Europa, invece, tra l’altro soldi (anche) nostri, potrebbero invece generare la nuova personalità di un turismo italiano in grado di maturare l’appeal generale e con questo anche la capacità attrattiva per investimenti industriali stranieri. Il pronto soccorso di bonus, provvidenze e ristori non dovrebbe quindi interferire con la pianificazione di un rilancio costruttivo del comparto, che proprio nel Recovery Fund potrebbe garantirsi i necessari nutrienti.

Oggi, gennaio 2021, si continua intanto a navigare a vista. L’ultimo esempio? L’ordinanza del ministro alla Salute, Roberto Speranza, che ha differito al 18 la riapertura degli impianti di risalita, che dovrebbero così contare su un paio di mesi per salvare la stagione. Oh, finalmente una certezza? Mica tanto, visto che anche il 18 bisognerà comunque fare i conti con i dati della curva epidemiologica, con il “colore” delle regioni, con gli eventuali, probabili divieti di spostamento.

Insomma, ancora una volta nessuna certezza, come d’altronde è abbastanza giustificabile in una situazione simile, dove sono gli scienziati a dettare le linee guida, in conformità ai dati raccolti. Molto, ma mooolto meno giustificabile è insistere a non considerare il turismo quale leva potente per la rinascita, e accettare così passivamente che l’Italia resti solo un coacervo di pensioni e stabilimenti, con le sole eccezioni di grandi operatori che insistono ad affrontare enormi rischi d’impresa anche nelle incertezze e nel disimpegno di governi distratti.

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