PAPA/ Anderson (Notre Dame): i nostri peccati e la fedeltà di Dio

- Gary A. Anderson

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di GARY A. ANDERSON, docente di Vecchio Testamento nella Notre Dame University (Usa), sulla vicenda degli scandali. La situazione della Chiesa ricorda molto da vicino quella di Israele

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L’attuale crisi nella Chiesa Cattolica a seguito degli abusi su minori in parrocchie e scuole degli Stati Uniti e dell’Europa è piuttosto difficile da comprendere per i laici.

Di questo ho fatto esperienza personalmente, dato che vivevo a Boston quando queste storie vennero allo scoperto e posso testimoniare che gli effetti furono disastrosi. Nella mia attuale Diocesi, per fortuna, il comportamento del vescovo è stato esemplare e i problemi nelle parrocchie locali sono stati ridotti al minimo, anche se, purtroppo, non del tutto eliminati. Il problema è, naturalmente, cosa si debba fare con persone in posizioni autorevoli e di responsabilità che si sono comportate in questo modo, non solo i preti che hanno commesso gli abusi, ma anche chi li doveva controllare (come il Cardinale Law a Boston) e che invece hanno scelto di guardare dall’altra parte.

Agli occhi di molti il problema centrale è costituito dalla natura del peccato. Come ha correttamente posto la questione Julián Carrón, quale punizione potrà mai riparare il male che è stato fatto? C’è qualcosa che potrebbe soddisfare la nostra sete di giustizia? Su questo aspetto del problema si potrebbe dire molto e Don Carrón ha svolto un compito eccellente nel richiamare la Chiesa a combattere questo problema alla luce del mistero cristologico. Come si devono considerare questi scandalosi comportamenti alla luce delle promesse che Cristo ha fatto alla Sua Chiesa? Per cominciare, rivolgiamoci alla Bibbia.

La tragedia del peccato umano è il modo in cui i suoi effetti si prolungano nel tempo e, dato che le conseguenze della crisi attuale permarranno per un certo periodo anche in futuro, ci può aiutare il sapere che ciò ha precedenti nella Bibbia. Durante lo scorso periodo di Avvento, nel prepararmi per un corso biblico da tenere in parrocchia, ho letto il bel libro di  Padre Raymond Brown  A Coming Christ in Advent

La sua discussione sui Vangeli inizia con una dettagliata analisi della genealogia di Gesù che apre il Vangelo di Matteo. Il primo terzo del testo riguarda i patriarchi che precedono Re Davide, mentre il resto è dedicato alla sua discendenza.

Dei quattordici re che Matteo elenca tra Davide e l’inizio della deportazione a Babilonia (587 a.C.), solo due possono essere considerati adeguati a quanto richiesto dal loro ruolo. Gli altri, nota Brown, “sono una singolare accozzaglia di idolatri, assassini, incompetenti, assatanati di potere e di donne”.

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Quando i miei studenti si immergono in questi testi del Vecchio Testamento, chiedono spesso cosa si può fare di questa strano elenco di personaggi, se ci si deve concentrare solo sui buoni della lista.  Davide, Ezechia e Giosia presentano un alto livello morale e forniscono al lettore molti fatti ammirevoli (anche se, a dire il vero, la vita dello stesso Davide presenta molte contraddizioni ed è spesso una prova più della misericordia divina che delle virtù umane). Tuttavia, se scegliessimo di studiare solo i santi, cosa faremmo di tutto lo spazio che la Bibbia riserva ai peccatori?

 

Padre Brown va dritto al cuore del problema attirando l’attenzione su uno dei più sorprendenti brani dell’intera Bibbia. Nel secondo Libro di Samuele, 7,11-16, Dio fa a Davide e alla sua discendenza una promessa eterna:

“Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il tuo regno. […] Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. Se farà il male, io lo castigherò con verga d’uomo e con i colpi che danno i figli d’uomo, ma non ritirerò da lui il mio favore, come l’ho ritirato da Saul, che ho rimosso dal trono dinnanzi a te. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre”.

 

Questa promessa ha dimostrato di essere veramente durevole. Mentre la storia del Regno del Nord (che si separò dalla tribù di Giuda dopo la morte di Salomone, successore di Davide) vede il susseguirsi di diverse dinastie (perché Dio non ha fatto loro una simile promessa), la tribù di Giuda continua ad essere governata da una sola famiglia reale. La permanenza della discendenza di Davide malgrado l’inclinazione al peccato e alla ribellione non può che essere giudicata un miracolo. Come si può altrimenti capire la radicale diversità della storia dei due regni di Israele? Se Dio non avesse fatto quella promessa alla discendenza di Davide, anche loro sarebbero finiti secondo il destino umano.

 

Il lettore del Libro dei Re può solo rimanere stupito di fronte ai personaggi indegni che hanno occupato il trono di Davide, ma non si può non rimanere altrettanto sorpresi che, nonostante tutto questo, Dio sia rimasto fedele alla Sua promessa. Brown chiude la sua argomentazione suggerendo che i cattolici, che devono essere fedeli sia alla spontanea grazia di Dio che alla Chiesa gerarchica, potrebbero trovare un grande conforto nella genealogia degli antenati di Gesù.

 

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Come sapeva bene Sant’Agostino, quando Dio costituì la Chiesa, Egli non alterò il DNA morale che condividiamo con il resto della razza umana: che i capi della Chiesa possano comportarsi in modi riprovevoli è una triste testimonianza della nostra natura di peccatori. Ciò che è divino nella Chiesa non sono le caratteristiche morali dei suoi membri, ma l’eterna promessa che Dio le ha concesso. Nel passato, la Chiesa ha attraversato periodi di ignominia non certo inferiori alla crisi attuale, ma è ancora in piedi. Come ai tempi del Vecchio Testamento, anche in quelli del Nuovo la questione è se Dio manterrà la promessa fatta alla Sua Chiesa, una promessa fatta a San Pietro stesso. Se la genealogia di Matteo è una valida indicazione, abbiamo una buona base per sperare.

 

Per concludere, potrebbe valere la pena di ricordare quanto detto da George Lindbeck, il famoso teologo che insegnò a Yale, quando affermava che c’è molto da imparare dalla definizione biblica della Chiesa come “Nuovo Israele”.  Molti tendono a considerare questa definizione solo come onorifica, cioè siamo eredi della promessa fatta agli antenati di Israele (senza però cancellare la promessa fatta a Israele secondo la carne). Ma vi è un’altra faccia e cioè che noi siamo eredi anche delle aspre critiche dei profeti di Israele.  

 

Leggendo il Vecchio Testamento, uno potrebbe affrettatamente concludere che Dio ha semplicemente sbagliato a scegliere il popolo, e potrebbe giungere alla stessa conclusione, leggendo i media di oggi, per quanto riguarda la Chiesa cattolica. È anche vero che ci si potrebbe risentire di come la stampa sta trattando l’intera vicenda, ma forse la strada maestra è di riconoscere, confessare e offrire pubblica penitenza per questi terribili atti di infedeltà, ma allo stesso tempo rinnovando la fiducia che Dio rimarrà fedele alla Chiesa che ha fondato. Dio ha promesso a Davide che la sua discendenza sarebbe rimasta per sempre, ma non ha detto che i suoi misfatti sarebbero stati ignorati. Questi peccati, ha dichiarato Dio, sarebbero stati puniti con “verga d’uomo”.

 

Il crescente accanimento che vediamo nei media forse non è altro che questa “verga d’uomo”.  Dopo tutto la punizione di Davide e dei suoi discendenti è sempre avvenuta attraverso l’azione di personaggi tutt’altro che virtuosi. Se è così, dovremmo fare attenzione ai consigli dei profeti biblici e non lamentarci del tipo di verga che Dio ha scelto (la stampa contemporanea è peggiore del re di Babilonia?), ma piuttosto inginocchiarci contriti. Perché cuori e menti umilmente rivolti al cielo saranno sempre apprezzati da Dio.

 

 

 

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