STRAGE DI USTICA/ Cossiga: vi spiego perché non sarà mai fatta chiarezza

- int. Giuseppe Cossiga

La sentenza della Corte di Cassazione, afferma GIUSEPPE COSSIGA, confermando che i familiari delle vittima vanno risarciti, non rende loro pienamente giustizia

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E’ ufficiale, fu un missile ad abbattere, venerdì 27 giugno 1980, il Dc9 dell’Itavia, ad Ustica, provocando la morte di 81 persone. Lo ha stabilito la terza sezione civile della Corte di Cassazione, respingendo il ricorso avanzato dal ministero della Difesa e da quello dei Trasporti, e confermando la sentenza della Corte d’Appello di Palermo che, nel 2010, si pronunciò in favore di un risarcimento ai familiari delle vittime. «Non c’è dubbio che le amministrazioni avessero l’obbligo di garantire la sicurezza dei voli e che l’evento stesso dimostra la violazione della norma cautelare», affermano i giudici della Consulta. Giustizia è stata fatta? Giuseppe Cossiga, onorevole ed ex sottosegretario alla Difesa, pensa di no.

Quali sono le sue valutazioni sulla sentenza?

Sugli aspetti tecnici ci sono state perizie e controperizie; il tribunale, alla fine, ha propeso per l’ipotesi che, anche a mio avviso, in quanto ingegnere aeronautico, appare la più verosimile, rispetto al tipo di danno. Ovvero, quella del missile. Quel che, invece, mi lascia perplesso, è la questione del risarcimento.

Cosa intende?

Mi stupisce che si possa arrivare ad un risarcimento da parte dello Stato in relazione ad un accadimento che dfiniamo atto di guerra, in ragione dell’omessa vigilanza. Al di là delle responsabilità che possono riguardare la difesa aerea, e senza entrare nel merito di chi, eventualmente, possa aver avuto interesse a rallentare le indagini in questi anni, è curisioso che lo Stato possa essere chiamato a dover risarcire in ambio civile per eventi di questo tipo. Per assurdo, è come se dovesse risarcire ogni vittima degli incidenti stradali per omesso controllo dello stato del manto stradale.

Si afferma che se ci fosse stato un sistema di vigilanza adeguato, questo non sarebbe mai avvenuto

Non si può pensare che ci si possa dotare di sistemi infallibili. L’unico modo per impedire al caccia di lanciare il missile, sarebbe stato quello di abbatterlo. In tal senso, c’è un altro aspetto decisamente controverso. 

Quale?

Esistono due tipi di missili: quelli che seguono il calore, e che si lanciano solo dopo che sono stati agganciati al calore emesso da una certa fonte; e quelli guidati dai radar dell’aereo, il genere prevalentemente in uso all’epica. In entrambi i casi, è necessario prendere la mira e, a maggior ragione, lo è nel secondo. Non è pensabile, quindi, che si sia trattato di un errore. E’ verosimile, invece, che si intendesse colpire proprio quell’aereo. Probabilmente, avendolo scambiato per un altro.

E’ possibile scambiare un aereo per un altro?

E’ molto difficile. Tuttavia, tecnicamente, specialmente nell’ipotesi di un missile a gittata lunga, è tecnicamente possibile.

Chi è stato, secondo lei, in ogni caso?

Qui le ipotesi si sprecano, a partire dalle affermazioni un tantino azzardate avanzate da mio padre, quando sostenne che si trattò di un missile sparato dai francesi, volto ad abbattere il velivolo sul quale si pensava si trovasse Gheddafi, fino alla teoria secondo la quale fu un tentativo andato male di abbattere degli aerei libici; da questo punto di vista, direi che non si è ancora fatta e difficilmente si farà chiarezza. 

Com’è possibile?

La verità è basata sul ricordo delle persone che sono state testimoni o attori della vicenda; molte sono morte, altre, probabilmente, hanno deciso di non parlare. Il problema è che, con ogni probabilità, mancano le prove materiali. Siamo abituati a ragionare secondo i criteri di oggi, quelli di un mondo in fase di estremo avanzamento tecnologico, ove tutto viene digitalizzato, e di qualsiasi cosa resta traccia. All’epoca, non era così. Le prove, con o senza dolo, sono sparite.

Crede che le famiglie della

Non credo che i familiari cercassero il riconoscimento di un indennizzo. Avrebbero preferito conoscere la verità sulla fine dei loro cari. 

 

(Paolo Nessi)

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