CARRON/ Mazzarella: caro Scalfari, ti dico che sulla fede sbagli

- Eugenio Mazzarella

Nel suo editoriale domenicale su Repubblica, Eugenio Scalfari cita, criticandola, la lettera di Julián Carrón a Ezio Mauro sulla rinuncia di Benedetto XVI. EUGENIO MAZZARELLA

scalfari_sinistraR400 Eugenio Scalfari (Infophoto)

È abbastanza naturale, che nel suo impegnato commento alla lettera di Julián Carrón a Repubblica sulla rinuncia al pontificato di Benedetto XVI, Eugenio Scalfari dia prova di sostanziale scetticismo quanto alla possibilità – per Carrón la certezza – che l’eccezionalità dell’evento accresca il prestigio della Chiesa, ed apra per essa tempi nuovi. Anzi per lui «la rinuncia di Benedetto XVI segna una svolta decisiva nell’essenza della massima religione dell’Occidente e le infligge una ferita dalla quale è molto difficile che possa riaversi». Certo, al netto del riferire – come fa Carrón – quella decisione “all’esperienza presente di Cristo”, o come sintetizza Scalfari “all’ispirazione dello Spirito Santo”, è possibile che egli abbia ragione; e che quella di Carrón non sia la “verità”, il nocciolo profetico dell’evento, ma purtroppo per lui solo un’interpretazione, al massimo un auspicio di ben difficile realizzazione alla luce di un’analisi spassionata delle condizioni ecclesiali – mondane, troppo mondane – che hanno portato al gesto di Benedetto XVI.

È abbastanza naturale che Scalfari possa pensare così; ma è anche scontato. Perché alla sua presa di posizione manca l’essenziale del gesto del Papa, e del commento di Carrón: l’esperienza di fede. La fede è un po’ come il coraggio di manzoniana memoria. Se uno non ce l’ha, non se la può dare. Però, come il coraggio, potrebbe “vederla”, sia pure senza “comprenderla”, senza afferrarla dentro di sé, negli altri. E non limitarsi a pensare, come sembra fare Scalfari, che il richiamo a leggere nella sconvolgente rinuncia al pontificato di Benedetto XVI l’opera della fede – o, come si voglia dire, l’ispirazione dello Spirito Santo – sia semplicemente un modo di buttare la polvere sotto il tappeto nella vita della Chiesa, glissare su o distogliere l’attenzione dalle ragioni e dal contesto “mondano” di vita ecclesiale che a quella decisione hanno portato il Papa. 

Se di questo si trattasse sarebbe una strategia, quella che nel gesto di Benedetto XVI additasse l’elemento profetico per nascondere il resto, più che mondana, troppo mondana, fondamentalmente ingenua: perché la polvere da buttare sotto il tappeto è tale e tanta, che se ne gonfierebbe il tappeto e si noterebbe ancora di più. Una strategia alla fine neanche consolatoria, come pretenderebbe. E d’altro canto a chi sarebbe possibile far questo nella vita della Chiesa, se con il suo gesto Benedetto XVI per primo ha voluto richiamarla a sé stessa, a stracciarsi gli animi (per gli scandali propri) e non le vesti (per gli scandali altrui)?

Se consolazione nel gesto può esserci, in chi lo ha compiuto, e in chi lo commenta, questa può esserci e venire solo dalla e nella fede. Può venire solo dall’increduto – da chi quella fede non abbia – “grande consolatore”, lo Spirito Santo appunto. Quello per cui hanno creduto gli Apostoli pur vedendo il Maestro salire e morire sulla Croce. 

Piaccia o non piaccia questo è il punto, per Benedetto XVI: che qualunque cosa accada, «la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura»; ed è proprio da questo che per Carrón, che questa fede condivide, egli ha potuto «usare la ragione con lucidità, fino ad arrivare a un giudizio assolutamente pertinente sul momento storico e a immaginare un gesto come quello che lui ha compiuto». Nella ponderazione estrema del gesto, è questo punto di fede – che glielo ha reso possibile – che Benedetto XVI ha tenuto, pur nella consapevolezza della gravità da sgomento per i credenti delle conseguenze della sua decisione, e degli scenari “mondani” che avrebbe illuminato e suscitato. 

Ma cosa c’è di così sconvolgente in quel che ha fatto Benedetto XVI, da dare insieme alla sua Chiesa un grande dolore e una grande consolazione? Benedetto XVI ha fatto una cosa antica del magistero cristiano, e però sempre nuova, sempre ancora alla nostra portata, se vi porgiamo il cuore: ci ha invitato, cominciando da sé, a prendere coscienza della nostra insufficienza ad essere all’altezza dell’esigente decoro – “in questo mondo, ma non di questo mondo” – che Cristo chiede ai suoi testimoni. Perché certo scandali, polvere, difficoltà, necessità di avere occhi e energie nuove per il mondo, la propria casa – che è poi il proprio cuore – che chiede di essere riparata; ed è questo che sempre ci parla nel cuore se “siamo” cristiani, e non solo “diciamo” di essere cristiani. E ci vorrebbero nuovi mastri e carpentieri, e architetti, e operai, e quindi muovere destituire spostare promuovere, come chiede l’esperienza del mondo, ed ha le sue ragioni; queste sono le pressioni, le urgenze, le necessità del momento. E si può fare, e certo sarà fatto, e nuovi uomini sorgeranno. Ma è altrettanto vero che se tutti si stracciassero l’animo per gli scandali propri, non ci sarebbero più scandali di altri per cui stracciarsi le vesti, mettendoli avanti agli scandali propri nascosti. E che nella grazia di Dio un uomo può essere sempre più grande di sé stesso, per quanto sia sceso in basso, innanzi tutto presso sé stesso. Chierico, laico, o incredulo che sia.

Ma questo è la profezia; l’annuncio dei tempi nuovi che urgono, e del doversi far nuovi: per tutti, e certo anche per e nella Chiesa. Per questa misura dei tempi nuovi Benedetto XVI ha indicato se stesso. Si è fatto così monito a tutti di ciò che ad ognuno è richiesto. Monito di quanto bisogna sentirsi “piccoli” oggi per essere davvero “grandi”, solleciti e capaci dei compiti dell’oggi. E’ come se ancora una volta, al Signore che interroga e si guarda attorno per richiamare il suo popolo a rischio, “Chi manderò e chi andrà per noi?”, qualcuno avesse risposto, e avesse potuto rispondere, proprio per la sua umiltà, come Isaia: “Eccomi, manda me!”







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