VATILEAKS/ Calabrò (Corriere): dopo le dimissioni di Ratzinger ha ripreso quota il volo del Corvo. Ma….

Le lettere di Carlo Maria Viganò, il “corvo” Paolo Gabriele e l’esplosione del caso “Vatileaks” nei primi mesi del 2012. La giornalista MARIA ANTONIETTA CALABRO’ svela nuovi retroscena

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Foto: InfoPhoto

Nei primi mesi del 2012 scoppia il caso Vatileaks. Oggi, in occasione del pranzo tra i due Papi a Castel Gandolfo, è stato reso noto da monsignor Capovilla (in un’intervista a Marco Roncalli su Avvenire) che lo stesso Benedetto XVI avrebbe scritto di suo pugno un rapporto di trecento pagine da consegnare a Bergoglio sullo stato della Curia e del Vaticano, una specie di rapporto di consegna delle chiavi di Pietro e insieme una spiega della Relazione dei tre Cardinali inquirenti sul caso Vatileaks. Il “corvo” Paolo Gabriele, aiutante di camera di Benedetto XVI dal 2006, una delle persone a lui più vicine, viene arrestato nel maggio dell’anno scorso, processato per il solo furto aggravato e poi graziato. Lo scandalo ha inizio con la pubblicazione di due lettere inviate nel 2011 dall’allora segretario del Governatorato, il vescovo Carlo Maria Viganò, successivamente nominato nunzio negli Stati Uniti, al Papa e al Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Nelle missive, rese pubbliche dal giornalista Gianluigi Nuzzi durante una puntata de “Gli intoccabili” su La7, Viganò si dice vittima di un complotto e rivela episodi di corruzione all’interno del Vaticano. Una di queste lettere contiene sicuramente un falso. A rivelarlo a IlSussidiario.net è Maria Antonietta Calabrò, da oltre 20 anni firma del Corriere della Sera e da sempre attenta osservatrice delle questioni economiche legate alla Santa Sede, (suo il libro investigativo che ha riaperto le indagini sull’assassinio di Roberto Calvi, “Le Mani della Mafia”) nonché autrice del libro “I segreti del Vaticano”, scritto a quattro mani insieme al vaticanista Gian Guido Vecchi. «Le dimissioni di Benedetto XVI – ci spiega – sono state viziate da un particolare giudizio iniziale. In molti hanno sostenuto che l’ormai Papa emerito non fosse più in grado di combattere i mali della Curia e che quindi, dietro la sua rinuncia, vi fosse in realtà qualcosa di più dell’impossibilità di continuare a causa dell’età avanzata».

Il caso Vatileaks, per l’appunto…

Nei primi sei mesi del 2012, come ho potuto ricostruire dettagliatamente nell’instant book del Corriere della Sera, “I Segreti del Vaticano”, pubblicato all’inizio del processo contro Paolo Gabriele, abbiamo assistito a una crescente marea di documentazione, di natura soprattutto finanziaria, legata alle questioni interne dello Ior e ai rapporti di forza tra i vari enti economici del Vaticano.

Cosa può dirci dei contenuti di questi documenti?

Il contenuto di questi “leaks” è stato completamente smentito dal comitato Moneyval del Consiglio d’Europa (Comitato di esperti per la valutazione delle misure di lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, ndr) che, a luglio, ha espresso una valutazione favorevole sul Vaticano (9 requisiti soddisfatti su 16) nelle materie “core and key”, vale a dire quelle principali dal punto di vista della trasparenza finanziaria.

Cosa ha smentito in particolare il rapporto Moneyval?

Soprattutto un aspetto, legato alla nuova legge antiriciclaggio modificata nel gennaio 2012. Questa, si legge nel rapporto, non rappresenta affatto un arretramento rispetto a quella precedente, ma anzi risponde in molti punti alle richieste del comitato del Consiglio d’Europa. Senza queste modifiche, approntate nel gennaio 2012, il Vaticano non avrebbe mai potuto superare in modo positivo la valutazione di Moneyval, da cui era giunta pochi mesi prima la chiara richiesta di porre rimedio. Anzi, io mi sono fatta l’opinione che la campagna mediatica contro la nuova legge antiriciclaggio avesse lo scopo operativo di impedire la conversione in legge definitiva della nuova legge e quindi la bocciatura del Vaticano a Strasburgo. Sarebbe stato un colpo mortale con il Vaticano e la Santa Sede. Detto questo, arriviamo dunque alle denunce di corruzione avanzate da monsignor Viganò, ex numero due del Governatorato, le cui lettere inviate al Papa hanno di fatto dato inizio a Vatileaks e all’intera inchiesta.

Non crede alle accuse di Viganò?

Le sue accuse di corruzione sono state innanzitutto ritenute senza valido fondamento dall’inchiesta interna al Vaticano, guidata peraltro da un amico stretto di Viganò, mons. Egidio Turnaturi. Al termine di questa inchiesta, la Segreteria di Stato stabilì che Viganò, pur avendo operato nel modo adeguato sotto altri aspetti, non avrebbe comunque potuto aspirare al gradino più alto del Governatorato. L’allora presidente del Governatorato, cardinale Lajoli, un diplomatico molto esperto, durante i giorni del preconclave ha dichiarato in un’intervista che Viganò in pratica aveva dato una lettura forzata di alcuni fatti. Proprio per questo, poco dopo l’invio delle lettere, venne mandato come primo nunzio a Washington, ruolo che rappresenta nonostante tutto una promozione.

Il rapporto Moneyval invece come giudica il contenuto di queste lettere?

Il rapporto ha chiaramente accertato che quanto pubblicato e ripreso in più occasioni dai giornali in relazione ad una situazione di pretesa diffusa corruzione all’interno del Vaticano non ha alcun fondamento, affermando al capitolo 52 che non c’è alcuna evidenza empirica di pratiche corruttive a livello strutturale. Questa notizia, però, non è stata praticamente mai riportata dai giornali italiani. Poi, subito dopo l’annuncio delle dimissioni da parte di Benedetto XVI, ecco ritornare con un accanimento fuori dal comune tutte le tesi sostenute nella prima metà dell’anno scorso. Si è parlato solo e unicamente delle denunce avanzate da mons. Viganò, ma pochi giorni fa ho pubblicato una testimonianza eccezionale che riscrive in parte la storia di Vatileaks e che rivela ben altro.

Ce ne parli.

In una di queste due lettere, al Papa Benedetto, era scritto il falso. Monsignor Viganò chiedeva al Papa di rimanere a Roma per poter aiutare suo fratello malato, quasi incapace di intendere e di volere : invece il fratello, un gesuita, viveva in completa autonomia a Chicago, insegnava lingue bibliche all’Istituto Orientale di quella Università e per di più non aveva più alcun rapporto con il fratello vescovo contro cui aveva iniziato da oltre due anni una causa civile presso il Tribunale di Milano in relazione alla gestione di una ingente eredita di famiglia. Causa civile iniziata in tempi non sospetti quando il fratello era saldamente in sella al Governatorato.

Lei ha contattato il fratello di Viganò?

Ho avuto modo di intervistarlo e, controllando documenti, utenze e quant’altro, posso assicurare che questo sacerdote da decenni vive in completa autonomia a Chicago, nonostante l’ictus.

C’è poi il caso IOR, Gotti Tedeschi minaccia nuove rivelazioni…

Innanzitutto credo sia molto grave che ad avanzare una sorta di “minaccia” pubblica a Papa Francesco sia proprio lui. Gotti Tedeschi sostiene in continuazione di aver subito un’ingiustizia, ma c’è un documento scritto, firmato e approvato all’unanimità dal Consiglio d’amministrazione dello Ior , compreso il rappresentante della Banca Santander di cui lo stesso Gotti è rappresentante in Italia.

Gotti si e lamentato anche di essere stato additato come uno che “passava” all’esterno documentazione riservata di cui era in possesso …

Il giorno che si è aperto il processo a Paolo Gabriele sono stata io a rendere pubblico sul Corriere della Sera che il documento IOR AIF, finito sui giornali con annotazioni di pugno di Gotti Tedeschi, era stato trovato in copia a casa del maggiordomo. Gotti fa intendere che questo lo porrebbe al riparo da sospetti al riguardo della divulgazione (vedi l’Espresso in edicola con data 28 marzo). Quello che gli è stato contestato dal board però non è stato di aver dato lui fuori i documenti, ma di non aver saputo dare giustificazione formale del fatto che documenti in suo possesso fossero finiti sui giornali. Se Gotti aveva mandato per fax il documento IOR AIF all’Appartamento papale, perche non l’ha detto subito? Magari gli inquirenti vaticani avrebbero scoperto almeno un paio di mesi prima, cioè a marzo, che il punto finale della fuoriuscita di documenti avveniva tramite il maggiordomo. Ripeto: perche non l’ha fatto?

Lei pensa insomma che la storia di Vatileaks andrebbe riscritta?

Un lavoro giornalistico accurato aiuterebbe in questo senso. Pensi che c’è voluta un’inchiesta del periodico americano GQ, uscita all’inizio di questo mese, per mettere in evidenza che se è vero che Paolo Gabriele aveva cominciato a fotocopiare carte dal 2006, è altrettanto vero che poi sospese questa sua attività e poi riprese in coincidenza temporale con le denunce di Carlo Maria Viganò. Solo a fine 2011, quando Viganò viene ufficialmente mandato a Washington e quando gli ispettori di Moneyvall erano in Vaticano, in coincidenza con la partita finale della valutazione finanziaria, qualcuno decide di far volare il Corvo oltre le Mura, e Gabriele contatta Nuzzi. La vera storia di Vatileaks andrà quindi sicuramente riscritta. Ne vale la pena, è la storia del secolo.

 

(Claudio Perlini)

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