CAOS CARCERI/ Quell’inciviltà che nasce da leggi mal concepite

- La Redazione

Per EVELINA CATALDO, siamo ancora all’interno di una concezione retributiva lontana dall’idea di pena utile alla collettività. Tutto ciò è caratterizzato da una stigmatizzazione del mostro

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Immagine di archivio

Le voci dei sindacati sono silenti. Gli unici comunicati stampa quotidiani sono quelli rappresentativi della polizia penitenziaria, numericamente più rilevante e spesso più esposta alle criticità gestionali dell’utenza carceraria. Rispetto al comparto ministeri, nessuno fa sentire la propria voce, mai un’autorità dirigenziale indignata per la situazione carceraria, mai un provveditore regionale e difficilmente dei responsabili a livello apicale ammetteranno le difficoltà endemiche di un sistema vetusto con proposte in termini di soluzioni, idee o protocolli urgenti. I poliziotti devono custodire, i funzionari pedagogici devono rieducare, gli psicologi e i medici curare, gli psichiatri, soli e abbandonati nel proprio lavoro, capire e sedare: tutti devono svolgere il proprio compito istituzionale nella consapevolezza che quel fare è già viziato ab origine perché incerto è l’obiettivo finale. Difficile una rappresentazione del marasma organizzativo delle carceri e tanto più difficile restituire una fotografia completa di quello che le carceri sono oggi. Per comprenderlo nelle distorsioni e inefficienze, nell’esercizio del potere quotidiano, nella difficoltà o lentezza di riconoscimento dei diritti e dei ruoli, sia dell’utenza che degli operatori, bisogna viverlo. Comprendere il carcere è lavorarci e osservare ciò che accade ogni giorno.

Siamo ancora nell’epoca della domandina, dell’infantilismo della persona detenuta, dell’idea di una sicurezza che prevede l’un per uno ovvero “un recluso, un poliziotto” che ne vigili costante movimento, corpo a corpo; una concezione ancora retributiva della pena che diventa alternativa solo in presenza di legali motivati, ancora lontana l’idea di una pena utile alla collettività. Tutto ciò è caratterizzato da una stigmatizzazione de il mostro: mostro morale, mostro patologico, mostro despota, analisi ampiamente compiuta da Michel Foucault nelle sue lezioni del lontano 1975 ove il comune denominatore di tali sibilline figure è rappresentato dalla rottura del patto sociale. Una versione contemporanea è rinvenibile nell’opera cinematografica dei fratelli Taviani: “Il primo mostro individuato e identificato è colui che ha spezzato il patto sociale fondamentale”. Un valoroso e mordace insegnamento etico. Le leggi che hanno operato una criminalizzazione con successiva decisione di adottare l’extrema ratio in ambito penale sono risapute: Legge droga, immigrazione, più tutta una serie di reati che potrebbero e dovrebbero diventare illeciti amministrativi. Tenue è infatti anche l’applicazione delle sanzioni sostitutive per le pene detentive brevi (L. 689/81). Si aggiunga, a latere, la questione degli OPG; ancora misconosciute le soluzioni per il c.d. “criminale patologico”. Questioni ancora aperte e irrisolte rispetto alla gestione di un ristretto ammalato o in sciopero della fame: il Magistrato di sorveglianza o il medico, chi tutela chi e cosa? E mentre si decide chi esercita maggiormente quel potere, o chi ne è legittimamente deputato, l’utente può aggravarsi o morire.

Ci sono dei diritti, si pensi a quelli delicatissimi della sfera della salute, che non possono essere esercitati o riconosciuti in maniera limpida se non dietro l’istituzione, così come scrivono ampiamente i giornali, di un national preventive mechanism. In realtà ciò rappresenta il surrogato del famoso “ Garante nazionale dei diritti delle persone detenute” figura presente in una proposta di legge poi abbandonata e sostituita con garanti disseminati in Italia a macchia di leopardo, a volte dipendenti dal Comune, altre dalla Regione. Se il carcere è un problema dello Stato ma contestualmente e da previsione ordinamentale bisogna aprirlo alla società esterna per eliminare quei connotati tipici dell’istituzione totale, allora bisogna ridiscutere su chi ha il dovere e il potere di far cosa. Oggi la rieducazione sancita costituzionalmente è appannaggio di un’équipe istituzionale interna, riconosciuta nelle figure del direttore dell’istituto che la presiede, dei funzionari pedagogico e di servizio sociale, oltre agli esperti ex art.80 e della polizia penitenziaria che, dal 1990, ha l’onere di partecipare alle funzioni trattamentali della pena.

Ciò non osta al contributo di volontari, cooperative sociali, docenti, cappellani, nel rendere utile, consapevole e rieducativa la condanna ma la mission impartita nel penitenziario resta un affare di Stato. Il privato sociale deve adoperarsi in un sostanziale, efficace apporto, favorendo o proponendo miglioramenti delle politiche dello Stato in materia, rimaste indietro anche in termini di letteratura e studi scientifici. Coordinamento delle aree, dei ruoli e degli obiettivi, certezza e trasparenza nella mission istituzionale, confluenza e raccordo degli enti esterni con i ruoli istituzionali sono gli elementi su cui l’amministrazione penitenziaria dovrebbe ridiscutere per evitare che chi affronta le questioni del carcere: criticità, urgenze, dimissioni, in prima persona e quotidianamente, in divisa e non, non si senta unicamente strumento di un sistema vacillante o, ancor peggio, amanuense burocrate di ipotesi trattamentali difficilmente eseguibili nel tracciato di un’iperbole formale o semplicemente estetica.

(Evelina Cataldo) 

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