IL CASO/ Wojtyla, Wanda Poltawska e il “mistero” di una Meditazione scomoda

“Il dono disinteressato” è il titolo di una meditazione di Giovanni Paolo II del 1994. La vicenda di quelle pagine è singolare, sembravano perfino essere “scomode”. Perché? MAURO LEONARDI

26.04.2014 - Mauro Leonardi
giovannipaoloII_profiloR439
Giovanni Paolo II (Infophoto)

Ai primi di gennaio del 2011, mentre stavo ultimando la stesura di Come Gesù, mi arrivava tra le mani un testo sbalorditivo. Erano fotocopie dal titolo Il dono disinteressato, e la loro provenienza non era per niente chiara. Chi me le dava non ne sapeva molto. Si diceva che fosse un testo che qualcuno regalava a quei bambini – ormai adulti – che Giovanni Paolo II aveva battezzato agli inizi del pontificato, e che l’autore fosse Karol Wojtyla. Per la profonda attinenza con il tema del mio libro decisi subito di includerlo in appendice, ma avevo bisogno di conferme. Come era possibile fosse ancora inedito, non un piccolo discorso di circostanza, ma un testo così straordinario? 

Per accertarlo potevo solo rivolgermi a mons. Slawomir Oder, il postulatore della causa dell’uomo che domani la chiesa chiamerà santo. La beatificazione sarebbe stata il 1° maggio e sapevo essere impossibile, per una persona qualsiasi quale sono io, riuscire a parlare col Postulatore. Me lo confermò gentilmente la sua segretaria al telefono quando chiesi un appuntamento rimanendo sulle generali: non avrebbe neppure passato la mia chiamata. Tentennai ma poi, a rischio di passare per ridicolo, decisi di spiegare il motivo della telefonata. «Credo sia libero» mi disse subito con la voce mutata.

Era di Wojtyla? come mai non era pubblicata? potevo avere il permesso per farlo? «Come no? è tutto vero, verissimo: guardi, io ho il testo qui davanti a me, adesso, sulla mia scrivania». Però no, il permesso lui non me lo poteva dare. L’unico che poteva autorizzarmi era mons. Pawel Ptasznik, il capo della Sezione Polacca della Segreteria di Stato. Il mattino del 19 gennaio 2011 mi incontrai con lui alla Terza Loggia. La “mano del pontefice”, colui che negli ultimi anni aveva aiutato Giovanni Paolo II a scrivere omelie e discorsi, era un simpatico sacerdote che, sorridente e disponibile, era davanti a me con il testo ufficiale della Meditazione, in polacco, copia di quella depositata in Acta Apostolicae Sedis volume 98 tomo II (2006) pp. 628-638. 

Conosceva quella traduzione e me ne voleva dare una migliore (però non ci riuscì, ndr). Acta Apostolicae Sedis è una sorta di Gazzetta Ufficiale dei Sommi Pontefici: quindi non si poteva avere certezza maggiore che fosse tutto vero. L’unico elemento aggiuntivo fornito dai fogli erano, in calce, la data e il luogo: Città del Vaticano, 8 febbraio 1994. Ci guardavamo. Io, abituato ai problemi della gente e non a quelli delle Logge (seppur vaticane), non capivo. Né quanto don Pawel mi diceva, né quanto non mi diceva. Mi diceva che fino a quel momento quel testo non era mai stato pubblicato (neppure su L’Osservatore Romano) perchè l’allora segretario personale del Papa – ora cardinale di Cracovia – aveva dato quell’ordine. E aggiungeva che da quando la Meditazione era in AAS il divieto era decaduto. 

Ma perché “proibire”, chiedevo io? Lì dentro c’erano cose importantissime non solo per preti o suore, e neanche solo per ogni cristiano, ma per ciascun cuore umano: si raccontava come il giovane don Karol, in dubbio se intensificare o meno il rapporto con qualcuno, si sentì dire dal suo direttore spirituale: «Forse Dio desidera darti questa persona…” E, proseguiva Giovanni Paolo II, “in quelle parole si racchiudeva l’incoraggiamento ad avere fiducia in Dio e ad accogliere il dono che un uomo diventa per l’altro». «Non sono note le circostanze di quanto avvenuto», mi ripeteva don Pawel. E poi c’era quello che, con la sua gentilezza, non diceva.

Nei tre anni trascorsi da allora non ho saputo molto altro, però qualcosa di più ho capito. Per esempio che la meditazione è stata depositata nel 2006 perché nella causa c’è la revisione degli scritti e quella fase, apertasi il 28 giugno 2005, si era conclusa il 2 aprile 2007. Rimaneva la domanda sul perché chi aveva la possibilità di “pubblicare” (cioè di rendere pubblica) quella meditazione avesse fatto in modo che quella pubblicità rimanesse confinata nella polvere dell’archivio vaticano.

Forse la persona cui si allude nelle prime righe della Meditazione era Wanda Poltawska? L’avevo pensato fin da subito e qualche indizio, l’avevo.

Mi era stato riferito che dopo la pubblicazione de Il dono disinteressato in Come Gesù, qualcuno le aveva chiesto se ne sapesse nulla e la risposta − il condizionale è d’obbligo − sarebbe stata: “ne so moltissimo, per questo non dirò mai nulla”. Aggiungo che in Diario di un’amicizia si riporta il brano di una lettera del Papa a Wanda il cui contenuto attaglia perfettamente con il consiglio che il giovane don Karol aveva ricevuto. «…È nata nella mia consapevolezza la convinzione che Dio mi dava e mi assegnava te». (Accanto a Giovanni Paolo II,  Ares 2014, p. 92). Nel medesimo libro la Poltwska rispondendo a una domanda dice: «durante un incontro del 14 novembre 1993 il Papa mi ha chiesto di scrivere delle memorie. Ho cominciato, ma c’erano delle pressioni, e lui mi ha invitato a lasciar stare. Ma prima di morire mi ha detto che dovevo dare la mia testimonianza» (p. 94). Non è difficile pensare che la Meditazione Il dono disinteressato − di soli tre mesi dopo − sia stato un meraviglioso risarcimento per averle chiesto il rinvio.

Ci sono un’infinità di giornali che vorrebbero documentare il cattivo rapporto − o peggio − tra don Stanislaw e Wanda. Ma io credo che se il mio racconto fosse vero anche nella parte ipotetica, ne risulterebbe non la conferma di torbidi complotti ma il profilo di un segretario fedele che difende Karol Woytjla dal démone gnostico e materialista che aleggia in ciascuno di noi. Noi uomini, non appena abbiamo il sospetto di trovarci di fronte a qualcosa di veramente spirituale, subito presumiamo di possedere una spiegazione “più semplice”: il più basso ci sembra il più vero

La superstizione di ricondurre il sublime all’infimo. Rileggendo la meditazione ho pensato che me l’ero scordato quanto è bello leggere un uomo che scrive di una donna. Perché, oltre a quello dei beceri discorsi sulle donne e sugli uomini, c’è un altro rischio nel leggere questa meditazione. C’è il rischio di leggerla e di metterci le foglie di fico, di farla diventare una lezione accademica sull’archetipo femminile e l’archetipo maschile. Se dopo aver letto: “L’uomo può dire all’altro: Dio mi ha dato te?” cominci, interiormente, un’articolata disamina dell’amore umano pre e post cacciata dal paradiso, sei sulla strada dell’archetipo, dello spirito che parla senza il corpo, cioè di uno spirito che non è l’anima umana. Stai correndo il rischio delle foglie di fico e non vedrai la bellezza che ha visto il Papa. Se invece alla domanda della prima riga, rispondi con un nome, sei nel giusto. Allora, ti consiglio, dai la mano a quel nome e leggi la meditazione con lei, con lui. Fino in fondo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori