CANONIZZAZIONE/ Weigel: da Francesco a Roncalli, la politica non salva la Chiesa

- int. George Weigel

“Due cristiani radicalmente convertiti, un Concilio, due punti fermi”. GEORGE WEIGEL, biografo di Giovanni Paolo II, parla della doppia canonizzazione voluta da Francesco

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Papa Francesco (Infophoto)

Oggi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II saranno elevati da papa Francesco agli onori degli altari, modello di vita e di fede non solo per tutti i credenti, ma anche – e qui comincia la strana, grande “pretesa” della Chiesa – per tutti gli uomini. George Weigel è uno dei più fini interpreti del cattolicesimo americano. Fondatore e scholar dell’Ethics and Public Policy Center di Washington, teologo, biografo di Karol Wojtyla, ha dedicato al papa polacco due opere monumentali, Testimone della Speranza (1999) e La fine e l’inizio (2012). A Weigel – che definisce “coraggiosa” la scelta di Papa Francesco di canonizzare entrambi isuoi predecessori – piace sottolineare la stretta parentela tra Roncalli e Wojtyla stabilita dal Concilio Vaticano II, una delle intuizioni più fulminanti e decisive della modernità, bastevole di per sé a consegnare Angelo Roncalli alla storia. Papa Giovanni comprese che alla Chiesa occorreva una “nuova Pentecoste” per parlare agli uomini del XX secolo, Karol Wojtyla compì l’opera del suo predecessore, dando alla Chiesa le chiavi interpretative più autorevoli del Concilio. E oggi? È più che mai il tempo della passione missionaria, dice Weigel a ilsussidiario.net, nella quale la Chiesa trova la sua vocazione decisiva.

Lei è stato un amico personale del beato Giovanni Paolo II. Cosa significa per lei la sua canonizzazione?
Significa che il giudizio ufficiale della Chiesa sulle virtù eroiche di Giovanni Paolo II arriva ora come conferma del giudizio spontaneo già dato del popolo cristiano alla sua Messa funebre, nel 2005, con il grido: “Santo subito!”.

Lei ha usato un’immagine per descrivere la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II: “Due cristiani radicalmente convertiti, un Concilio, due punti fermi”. Cosa ci dice questa doppia canonizzazione su Papa Francesco, le sue convinzioni e la sua personalità?
Ce lo farà sapere nella sua omelia di domenica 27 aprile, ma penso che ci dica il grande rispetto che Papa Francesco ha per i risultati del Vaticano II, che sono anche merito, in non piccola parte, dei due uomini che proclamerà tra i santi domenica prossima.

Secondo lei, chi ispira di più Papa Francesco, Giovanni XXIII o Giovanni Paolo II? E perché? È una questione di affinità di carattere, di approccio alla Chiesa e al mondo, o cos’altro?
Non voglio fare ipotesi sulla vita devozionale del Papa, ma senza dubbio ha grande rispetto per Giovanni Paolo II, che lo ha sollevato da quello che si può considerare un esilio ecclesiastico, e con il quale condivide l’idea della “Nuova Evangelizzazione”, di una Chiesa “in missione permanente”, come dice Francesco.

Giovanni XXIII definì il Concilio che lui stesso aveva indetto una “nuova Pentecoste”. Questo significa che la comprensione e il compimento dello spirito del Concilio non sono ancora conclusi?

La definizione di “nuova Pentecoste” aveva lo scopo di ispirare in tutto il popolo della Chiesa quel sentimento di passione missionaria che aveva afferrato i primi cristiani. Direi che la speranza di Papa Giovanni venne frustrata negli anni immediatamente seguenti il Vaticano II, ma oggi possiamo vedere segni di questa passione missionaria post Pentecoste in varie parti della Chiesa mondiale.

Qual è l’eredità di Giovanni XXIII oggi, dopo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e cosa rimane da conoscere e comprendere della sua “medicina di misericordia”?
Credo che Papa Francesco abbia affrontato questo in modo ammirabile: significa che gli uomini e le donne di questa confusa società odierna risponderanno soprattutto all’offerta della Chiesa della misericordia di Dio come la via per risanare ciò che si è rotto nelle loro vite e che questa esperienza di misericordia aprirà le persone alle verità che la Chiesa insegna, che portano alla vera felicità umana.

“Cercano di capirmi dal di fuori, ma io posso essere capito solo dal di dentro”. Lei cita spesso questa frase, detta in privato da Giovanni Paolo II, come una chiave per comprendere lui e la sua vita. Non pensa che potrebbe avere un senso generale per tutta la Chiesa? Siamo capaci di “capire dal di dentro”?
Certamente questa frase vuol dire, in senso lato, che non si può capire la Chiesa cattolica e ciò che essa significa se la si considera soprattutto come un soggetto politico. La Chiesa ha, in primo luogo e prima di tutto, il compito di promuovere la santità. E questo può essere capito solo dal “di dentro”.

Da questo punto di vista, qual è il cambiamento introdotto da Papa Francesco? 
Nessuno, che io possa vedere.

Quale missione indica Papa Francesco ai cattolici con questa doppia canonizzazione?
La missione di convertire il mondo, come ha chiaramente indicato nella Evangeli Gaudium.

(Federico Ferraù) 




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