IL CASO/ L’aborto meglio della contraccezione, ecco dove arrivano i nemici di Francesco

Si può dire che la contraccezione è più grave dell’aborto? Lo fa il gesuita J. Fessio, citato da Sandro Magister a proposito delle dichiarazioni di Francesco. MASSIMO BORGHESI

02.02.2015 - Massimo Borghesi
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Papa Francesco (Infophoto)

Le polemiche seguite alle affermazioni di papa Francesco sulla procreazione, nel suo viaggio di ritorno in aereo dalle Filippine, non tendono a spegnersi. Da noi Sandro Magister nel suo blog provvede, quotidianamente, ad alimentarle. Così le critiche del gesuita francese Pierre de Charentenay all’episcopato filippino per la sua campagna di mobilitazione contro la legge sulla “salute riproduttiva” varata dal governo del presidente Noynoy Aquino, critiche presenti nel volume Les Philippines, archipel asiatique et catholique (Lessius Éditions, 2015), consentono di rilanciare, polemicamente, l’argomento. 

Il fatto è, come fa osservare Magister, che Charentenay, già presidente del Centre Sèvres, l’istituto di studi superiori della Compagnia di Gesù, direttore dal 2004 al 2012 della rivista dei gesuiti di Francia Études, è «dall’anno scorso entrato a far parte del collegio degli scrittori de La Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti di Roma stampata con il previo controllo delle autorità vaticane e diretta da un uomo vicinissimo all’attuale papa, padre Antonio Spadaro». Così tutto torna: Charentenay, favorevole ad una legge sul controllo delle nascite, è vicino a p. Spadaro, il quale è vicino a papa Francesco! Come a dire: chi vuol intendere, intenda! 

A fronte dei gesuiti cattivi stanno però quelli buoni. Così nel blog del 29 gennaio, dal titolo “La Civiltà Cattolica” non ha sempre ragione. Parola di gesuita, Magister riporta una lettera di p. Joseph Fessio, fortemente critica verso le osservazioni mosse dal suo confratello all’episcopato filippino. Fessio non è un gesuita qualunque. Personaggio molto noto nel mondo cattolico americano, ha fondato e dirige la casa editrice Ignatius Press che ha edito, recentemente, il volume Remaining in the Truth of Christ con interventi di cinque cardinali contro la comunione ai divorziati risposati. 

Nella sua difesa della dottrina e dell’etica cattolica Fessio interviene ora con la sua lettera a Magister. Va osservato che, nel suo volume, Charenteney non legittimava la contraccezione. Ribadiva, piuttosto, la necessaria distinzione tra Stato e Chiesa e il fatto che le leggi morali, valide per i credenti, non possono essere imposte anche ai non credenti. E’ il caso del divorzio, vietato nelle Filippine, e del controllo delle nascite. Certo si può discutere se la contraccezione debba rientrare nell’ambito di una legge sulla “salute riproduttiva” o non debba invece esser lasciata alla discrezione personale. In questo senso i vescovi hanno certamente le loro ragioni che sarebbe ingiusto sottovalutare. 

Le argomentazioni di P. Fessio, però, si spingono talmente oltre da superare i limiti di ogni sana dottrina. Nella sua lettera scrive: «Chiedo: è vero che l’aborto è un male peggiore della contraccezione, e anche “decisamente più grave”? Non necessariamente. Prendiamo il caso di coppie sposate che senza grave necessità utilizzano la contraccezione per rinviare la nascita di figli per anni, dopo che si sono sposati. Certamente in alcuni casi la volontà di Dio per loro è che siano aperti a una nuova vita. Qual è allora il male più grave? 

Prevenire il concepimento — e l’esistenza — di un essere umano con un’anima immortale, voluto da Dio e destinato alla felicità eterna? O abortire un bambino nel grembo materno? Quest’ultimo è certamente un male grave, Gaudium et spes lo definisce un “crimine abominevole”. Ma comunque esiste un bambino che vivrà eternamente. Mentre nella prima circostanza non esisterà mai un figlio che Dio intendeva venisse al mondo». 

Siamo qui di fronte ad una conclusione quanto meno sconcertante. La morte di un bambino, sia pure ancora nella condizione di “feto”, sarebbe meno grave della prevenzione di una nascita ipotetica. «Ma ciò non cancella dei principi fondamentali e conoscibili — scrive Fessio —, uno dei quali è il seguente: è un male maggiore privare qualcuno dell’esistenza rispetto a privare qualcuno della vita temporale». 

Confesso che è la prima volta che ritrovo, così attualizzato, il filone del razionalismo moderno che, non ha caso, affonda le sue radici nella Scolastica spagnola del ‘500-‘600, elaborata, in larga misura, proprio dalla scuola gesuitica. E’ quella Scolastica per la quale la “possibilità” vale più della “realtà”, le idee più degli uomini, l’astrazione più del concreto. Per correggere questa ed altre tendenze Leone XIII, con la sua enciclica Aeterni Patris, propose nel 1879 a tutti gli istituti cattolici il ritorno allo studio di Tommaso d’Aquino. Per il grande maestro medievale l’essere non era un’essenza, una categoria astratta, una “possibilità”, ma un “atto”, cioè una realtà. L’essere è Actus essendi

Che l’essenzialismo, nonostante tutto, continui a dominare il pensiero cattolico trova una sua conferma nella posizione di p. Fessio. Nella sua difesa della possibilità (di vita) il gesuita americano nega il maggior valore della vita effettuale. Il platonismo estremo, che assume la difesa del valore staccato dalla realtà, si documenta nell’affermazione per cui l’aborto è meno grave, rispetto alla contraccezione, perché « comunque esiste un bambino che vivrà eternamente»! Abortire sarebbe meno grave del non generare perché il generato andrà in paradiso mentre l’ipotetico non generato non potrà mai andarvi. 

C’è da chiedersi se p. Fessio si renda conto, appieno, delle conseguenze del suo argomentare. La prima è che ogni omicidio, e non parliamo semplicemente del feto, sarebbe eticamente meno grave rispetto alla contraccezione. Ogni uomo infatti, anche se ucciso, può accedere alla vita eterna. La seconda conseguenza è che ogni coppia sarebbe tenuta non ad una generazione “responsabile”, come ha detto il Papa tornando dalle Filippine, ma ad una procreazione potenzialmente senza limiti. Ogni non generato, infatti, è un’anima in meno che non godrà della vita eterna. Conseguenze ai limiti della ragione che documentano come un certo fondamentalismo morale, ben presente in taluni settori del cattolicesimo americano, gli stessi che si oppongono alla “misericordia” di papa Francesco, produca esiti che vanno contro quella dottrina morale che si vorrebbe affermare, con un rigore che appare né cristiano né umano. 

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