IL CASO/ Sardegna, turismo e politica: piccola “guida” ai misfatti del potere locale

- La Redazione

In Costa Smeralda, in Sardegna, il malgoverno locale, alimentato dal centralismo regionale e dalla casta degli enti locali, produce un regime vessatorio per i cittadini. GIANNI DEGORTES

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Santa Teresa di Gallura (Immagine dal web)

I segni della crisi dell’attività edilizia in corso ormai da oltre tre anni sono stati il preannuncio della crisi del turismo. Anche a ridosso della Costa Smeralda in Sardegna. Dove confluisce il jet-set e la  grande finanza, dagli Stati Uniti agli Emirati arabi.

Nei dintorni tra Olbia e la Costa Paradiso che degrada verso Castelsardo e l’Anglona, non si costruiscono case e non si vendono. Si fa solo routine, cioè manutenzione del patrimonio esistente. Oppure si svende. Il costo dei trasporti marittimi è triplicato, facendo cadere la domanda del ceto medio.

Un sintesi efficace di questo fenomeno la si può scorgere a due passi dal fiordo della Rena Bianca, a Santa Teresa di Gallura. La spiaggia, ora ingiallita dalla macerazione delle alghe e, si teme, da acque di fogna, è frequentata sempre più da gruppi familiari. Non viene pulita regolarmente e non è facilmente accessibile. L’hanno progressivamente devastata l’incuria, la mancanza di pulizia e di elementari servizi, il bombardamento di strimpellatori di canzoni desuete.

Ormai la lamentela è una litania. Non solo in Gallura i comuni non dispongono di un ceto di governo in grado di svolgere un’attività adeguata di supporto alle declinanti iniziative imprenditoriali per rilanciare e valorizzare il turismo, cioè l’unica risorsa regionale.

I trasporti sono un pianto greco. L’Arst, cioè l’agenzia regionale, è un monopolio fatiscente di incomparabile inefficienza. Le concessioni di alcune linee ai privati sono una finta liberalizzazione perché gli oneri in parte continuano a gravare sul bilancio della Regione. Oppure prendono la forma di cessione di porzioni crescenti delle spiagge.

La sabbia non viene se non raramente rivoltata. Le strade non hanno quasi mai scivoli per favorire i numerosissimi passeggini dei bimbi.

Leggi locali e nazionali per contrastare il mercato, cioè la competizione, tengono in vita la casta avida di geometri, ingegneri ed architetti. Le fatture di questi professionisti sono richieste per ogni minimo intervento. Incartano come un sudario chi vuole svolgere un’attività in campo edilizio. In realtà sono piovre attaccate come attinie alle articolazioni locali dello Stato. Veri e propri parassiti che si servono dei partiti per spartirsi appalti, ristrutturazioni, concessioni.

A questi professionisti è legata, in un inestricabile processo di  simbiosi, la burocrazia comunale. Questo ceto non ha la minima idea di come il settore delle costruzioni, il turismo, il consumo delle aree, il bisogno di verde e di servizi, le comunicazioni tra spiagge e centro storico, eccetera siano radicalmente cambiati. E come funzionari e impiegati degli uffici municipali siano ormai postumi, una generazione fuori del tempo, cioè corpi perfettamente inutili. 

A sua volta questa micro-burocrazia paesana vive in un micidiale connubio con quella delle sovrintendenze dei beni culturali. Ne è derivata una potente ed efficacissima struttura di blocco. Si usa l’arma dei poteri di veto, per allungare i tempi delle decisioni con sofismi protervi e spesso abusivi.

A pochi metri dalla Rena Bianca un paio d’anni fa si è avuta la trasformazione del Ristorante La Torre in un complesso edilizio. Il prezzo di 9mila euro a metro quadro chiesto per un appartamento di una qualità senza pretese si è incrociato con l’inizio della crisi economica. Tutto invenduto. 

Alla speculazione edilizia non è riuscita la doppietta. Non si è potuta sommare la speculazione commerciale. Gli imprenditori hanno alzato la bandiera bianca affidando le vendite all’Immobiliare sarda. La nuova giunta regionale di centrosinistra, guidata da un giovane e apprezzato economista, Francesco Pigliaru, alcuni mesi fa ha varato una nuova legge regionale sulla casa.

Che cosa cambia nei rapporti tra i cittadini e le istituzioni che si occupano di edilizia? Scrivo dall’Alta Gallura e descrivo una situazione non diversa da quella di molti paesi di aree vicine, come l’Anglona. Per le modifiche di parti comuni non si richiede l’assenso preventivo dei condomini. Questo principio plebiscitario, non scalfito dalle nuova normativa dall’assessore Erriu, rischia di arrecare gravi danni ai cittadini e alle imprese. Infatti la qualità dei nuovi provvedimenti soccombe di fronte al rito inesauribile della continuità. Un passato che non passa.

Per avviare una pratica di ampliamento di un terrazzo, aprire una finestra, modificare un cavedio, gli uffici comunali per l’edilizia privata non si accontentano di accertare se chi la propone disponga di un titolo legittimo (come la proprietà di una sezione dell’immobile) in cui ricade il bene da valorizzare. Essi esigono, invece, che il progetto abbia l’assenso di tutti. Più precisamente: la  domanda deve essere sottoscritta da ognuno dei condomini.

I  Comuni pensano di risolvere in maniera contabile e con un gusto vetero-sovietico  per il consenso, un conflitto istituzionale che è di prima grandezza. Da una parte, infatti, i giudici amministrativi ritengono che la tutela delle cosiddette “garanzie partecipative” dell’assemblea condominiale sia un valore prioritario quando un condomino intende eseguire interventi su parti comuni che ne modifichino la destinazione, la struttura, la vista paesaggistica eccetera. 

In presenza di un conflitto tra condomini, i comuni dell’Alta Gallura  prima citati hanno stabilito di volersi attenere al parere della maggioranza. E’ bene tenere presente che a chi non condivide un intervento sulle parti comuni di un immobile non è richiesta una valutazione tecnico-scientifica degli inconvenienti o degli illeciti, ma solo un pronunciamento di tipo esclusivamente ragionieristico, cioè la pura e semplice conta di chi è favorevole e di chi è contrario.

Dall’altra parte della barricata, si fa valere il diritto sancito dall’art. 1102 del codice civile. Viene richiamato da diverse sentenze del Tar dell’Emilia Romagna, della Lombardia, della Calabria, del Veneto e ora della Puglia. Si tratta della possibilità offerta al singolo condomino di poter modificare la cosa comune (come una facciata, un muro perimetrale ecc.) per ottenerne il miglior godimento, senza alterarne la destinazione e senza impedire agli altri partecipanti di farne analogo uso. Per presentare la propria Dia (denuncia inizio attività) non c’è alcun bisogno della contestuale sottoscrizione degli altri condomini. Chi di loro non fosse d’accordo può cercare di far valere le sue obiezioni attraverso l’azione giudiziaria. Soprattutto è evidente che di fronte all’eventuale mancato assenso della maggioranza condominiale l’amministrazione comunale deve astenersi dall’intervenire.

Ma questa linea di condotta non passa in Alta Gallura. Si privilegia una vecchio dagherrotipo della sinistra, cioè di affidare ai governi locali la rappresentanza degli interessi privati. Di qui interventi normativi dall’alto, sostituzione degli uffici comunali che decidono se un muro, una vetrata, un cavedio ecc. ledono un bene condominiale. 

Si è, in realtà, di fronte a un conflitto che vede contrapposti divergenti interessi di natura privatistica. 

Hanno colto bene il problema i giudici del Tar del Veneto, quando hanno puntualizzato: “ove la realizzazione di opere in attuazione di una Dia interessino anche il condominio, il mancato assenso di quest’ultimo, la cui porzione immobiliare inerisce, concerne esclusivamente tematiche privatistiche, cui resta estranea l’Amministrazione in sede di esame della denuncia medesima e, di conseguenza, risulta illegittima la sospensione della Dia motivata dal mancato intervento di una autorizzazione condominiale in ordine ai lavori edilizi”.

Si eviterebbe, in questo modo, un danno certo. E’ quanto ha avuto luogo di recente in un Comune come Santa Teresa di Gallura. Poiché gli uffici comunali dell’edilizia privata hanno imposto l’assenso di un intero condominio alla domanda di ampliamento presentata solamente da due di essi, costoro hanno dovuto rassegnarsi alla taglia, cioè ad una sorta di ricatto.

Le famiglie Bianchi, Rossi e Verdi (i nomi sono di fantasia) hanno dovuto assicurare ai loro vicini di pianterreno e cantina (le affittacamere Tizio, Caio e Sempronio) che si sarebbero fatte carico di tutte le spese (amministrative, dell’impresa edile, dell’architetto, dei difensori legali) perché anch’esse potessero godere gratuitamente dell’ampliamento dell’immobile.

 Siamo in presenza di una forma di estorsione che risente di un vago aroma legale. Esso  deriva dalla vocazione del Comune gallurese a curare il plebiscito (cioè a munirsi  preventivamente di un assenso totalitario, di tutti i condomini) per la costruzione o la ristrutturazione di un fabbricato. Fino a quando il presidente della Giunta Regionale Pigliaru e l’assessore Erriu possono ammettere una violazione del diritto fondata su trucchi di questa natura?

Un secondo grave danno alle imprese e ai condomini viene dalla prassi dei Comuni suddetti di non dare esecuzione tempestiva alle norme che disciplinano le decisioni delle sovrintendenze. La legge stabilisce il principio per cui se il parere della sovrintendenza ai Beni culturali perviene in Comune dopo 60 giorni, il progetto presentato si intende approvato. Ebbene, i responsabili degli uffici dell’edilizia privata di Longon Sardo invece di autorizzare i lavori, non emettono il relativo provvedimento. Aspettano, cioè, che pervenga loro la decisione della sovrintendenza. E se anche il suo ritardo oltrepassa i termini fissati dalle legge e contrasta col progetto in esame, amano attenersi ad essa. I diritti dei cittadini valgono meno della carta staccia.

Si tratta di un’inadempienza che configura un abuso inammissibile. La mancata disciplina di questi aspetti favorisce comportamenti estorsivi, arbitri, ma anche lungaggini burocratiche intollerabili. Basta dire che il solo ampliamento delle terrazze di un immobile, nella cittadina prima citata, è durato 5 anni!

Il governo regionale dovrebbe saper prevenire e stroncare questi fenomeni di degrado, di ignoranza o pessima interpretazione delle leggi. Ad esserne mortalmente colpita è l’attività che dà maggiore occupazione, cioè l’edilizia.

Dalla loro hanno una sentenza di esemplare chiarezza della Corte di Cassazione (n. 1554) secondo la quale “è possibile modificare le parti comuni, purché tali modifiche non pregiudichino l’uso della cosa comune; la realizzazione di modifiche su parti comuni degli edifici è legittima anche in assenza del consenso degli altri condomini purché i lavori non sottraggano definitivamente il bene alla sua funzione condivisa; i lavori effettuati non devono pregiudicare la stabilità, il decoro o la sicurezza del fabbricato”.

Per fare cassa gli uffici dell’edilizia privata in Gallura ricorrono ad abusi e illegalità incredibili. Faccio solo l’esempio più macroscopico e spudorato. Si impone il costoso cambio di destinazione d’uso a cantine, laboratori, magazzini, seminterrati ecc. raccontando ai piccoli proprietari delle colossali bufale, cioè che se non eseguono il provvedimento per la creazione di una unità abitativa autonoma non possono affittare l’alloggio né ospitare i parenti. Eppure due sentenze della Corte di Cassazione da tempo hanno sancito il principio per cui un immobile anche se privo di abitabilità può essere negoziato, cioè ceduto in affitto o venduto.

Gianni Degortes

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