COLONIA/ Stiamo attenti al doppio errore di xenofobi e buonisti

I fatti di Colonia dimostrano come l’integrazione, obbligo morale e necessità storica, non è però una passeggiata di salute. Traiamone le conseguenze. SERGIO LUCIANO

10.01.2016 - Sergio Luciano
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Il 35% dei 49.592 detenuti che affollano in questo momento (dati ministeriali al 31 dicembre) le carceri italiane sono extracomunitari immigrati; di questo 35% il 14% sono albanesi, il 16,4% marocchini, il 16,3% rumeni, il 10,9% tunisini, 3,9% nigeriani, 3,5% egiziani.

Nell’insieme, questi detenuti di cui la componente non-europea rappresenta la fetta prevalente, non sono dentro per il controverso reato di clandestinità ma per reati comuni: spaccio (18.157), rapina (16.208), furto (11.173), ricettazione (10.922), lesioni personali (9,287), omicidio (8.859), resistenza a pubblico ufficiale (8.283), associazione mafioso (6.756), violenza privata (6.470), violenza sessuale (3.092). 

Perché rilevano questi dati?

Rilevano perché i fatti di Colonia dimostrano (ma in realtà confermano) come l’integrazione, l’inclusione dei rifugiati in specie e dei migranti in genere — che è, insieme, un obbligo morale e una necessità storica per Paesi come le vecchie nazioni europee, vecchie anagraficamente e previdenzialmente, che hanno bisogno di risorse umane giovani e dinamiche come dell’aria — non è però una passeggiata di salute.

Non lo è mai stata nella storia dell’umanità, basta rileggerne qualche pagina.

Chiunque — come chi scrive — abbia avuto un nonno o un bisnonno emigrante in Nordamerica negli anni Dieci o Venti, semianalfabeta e privo di qualsiasi competenza, sa addirittura dalla tradizione orale di famiglia che le condizioni d’accoglienza di quella povera gente nei già allora ricchi e potenti Stati Uniti, ad Ellis Island, erano da bestiame. I controlli sommari, la quarantena, la sistemazione a dir tanto spartana, la disciplina feroce. E sì che quel Paese era nato grazie all’immigrazione e ne aveva un bisogno vitale. Chi ha visto quell’affresco che è stato Il Padrino parte prima, chi ha visto Gangs of New York, sa che l’immigrazione è sempre stata scandita da violenza e criminalità ben più incidenti tra gli immigrati che nelle fasce residenti e benestanti della popolazione locale di antico insediamento. Prima di segnare positivamente le istituzioni, la scienza, l’economia e la cultura degli Stati Uniti, come del Canada, dell’Argentina e del Brasile, la “diaspora italiana” nel mondo ha rifornito per decenni le file della malavita e ha esportato ovunque la mafia, tuttora una piaga a forte componente “italica”. 

In particolare, chiunque abbia viaggiato in Medio Oriente e abbia letto — ancora una volta — almeno qualche libro, sa che la condizione femminile in molti Paesi di quell’area e in generale nei Paesi di cultura islamica è miserevole, ed è un’offesa gravissima, ma ancora più stupida che grave, equiparare il pur deplorevole sessismo che ancora si riscontra in tanti Paesi cosiddetti evoluti, a cominciare dall’Italia, con la sottovalutazione “ontologica” della donna che ancora è radicata nella mentalità di vastissimi strati della popolazione a cultura o religione islamica.

Da queste constatazioni non deve discendere la chiusura xenofoba di buona parte della Lega italiana e delle destre europee, che oltretutto — con ogni evidenza — non serve minimamente a risolvere il problema.

Ma non può più nemmeno essere legittimato il buonismo indiscriminato e melenso dell’accoglienza sorridente e disattrezzata — ed anche disarmata — che un benpensantismo di matrice radical-chic propugna a gran voce, salvo poi a livello personale non muovere un dito per favorire l’integrazione.

Quindi sì all’integrazione, perché è umano ed è utile. Ma sì alla vigilanza, sì alle regole, sì anche alla repressione delle devianze e alla punizione della violenza e al principio ovvio e banale secondo cui chi va in casa d’altri per esservi accolto deve rispettare le regole che trova, e pur avendo il diritto di vivere secondo i propri valori e costumi, non deve pretendere di contrapporli a quelli prevalenti dove vuole insediarsi: dal togliere i crocifissi dalle scuole a pretendere di girare a volto coperto…

E se un immigrato che ritiene giusto velare le donne e sposarne quattro, vedendone in Germania o in Italia o ovunque girare da sole, magari in gonna, magari di sera, non deve per questo pensare che sono essere inferiori e che possono essere stuprate. Pensarlo, peraltro, non deriva necessariamente dall’essere extracomunitari o islamici: deriva dall’essere ignoranti e violenti, indipendentemente da nazionalità e religione. Ma è assurdo negare che l’incidenza di ignoranza sulla parità di genere e la tendenza alla violenza verso le donne sia maggiore tra gli immigrati di nazionalità e/o religione islamica: lo dicono i numeri. Tutto qui. Far finta che non sia così non significa essere accoglienti, significa essere imprudenti e porre le premesse per la recrudescenza di razzismo e di chiusura che i fatti come Colonia generano. 

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