TRUMP E MEDIA/ L’allarme dietro il flop dei giornalisti

Dalle elezioni Usa 2016 è emerso un risultato che gli esperti non avevano previsto e i giornalisti ci hanno raccontato un mondo che non esiste. I danni non sono finiti. MAURO LEONARDI

11.11.2016 - Mauro Leonardi
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LaPresse

Tutto quello che abbiamo letto sui giornali o visto in TV sulle elezioni americane era sbagliato e questo secondo flop del giornalismo dopo la Brexit è una pessima notizia. Non perché abbia vinto Trump e perso la Clinton, ma perché una società complessa non può fare a meno degli esperti e gli esperti della comunicazione si chiamano giornalisti. Non è questione di politically correct: è che nessuna società complessa può fare a meno di avere fiducia negli esperti per i propri singoli ambiti. È come se andassimo dal medico per un malore e quello ci dicesse di studiare per superare l’esame di anatomia patologica. 

Si avvicina il referendum e quanti di noi hanno paragonato in prima persona i possibili cambiamenti delle leggi in un caso o nell’altro? Chi l’ha fatto assicura che è complicatissimo costruire degli scenari esatti. E sarebbe solo un aspetto, quello legale. Ci sono poi le ricadute economiche, sociali e così via: impossibile fare a meno di esperti. La vittoria di Donald Trump è il rintocco delle campane a morto per l’élite mondiale degli esperti, quella che sta – o meglio stava – tra la gente e la politica. Ma questa è una pessima notizia.

Oltretutto i media che ci hanno raccontato un mondo che non esisteva – dove avrebbe vinto Hillary e non Donald – non si è accorto della propria malattia mortale. Per tutta la giornata di ieri i siti di Repubblica e di Ansa mostravano folle di americani in piazza contro Trump dando l’impressione di un malcontento che in realtà non c’è. L’America è con Trump, lo ha detto Obama e lo ha ripetuto Hillary: dopo le elezioni non ci sono più repubblicani e democratici, ci sono solo gli americani.

Il peggio è che dopo tre giorni dal risultato nessuno sa spiegare perché giornali e TV abbiano così clamorosamente sbagliato. Ci sono solo ipotesi “da controllare”. C’è chi dice che ai sondaggi gli elettori si vergognavano di dire Trump, ma poi in cabina lo sceglievano; c’è chi dice che mentre tutti gli elettori di Trump sono andati a votare, gran parte di quelli di Hillary – assolutamente certi della vittoria – sono rimasti a casa. Prova ne sarebbe il risultato della California che ha votato a fine giornata. Lì Hillary ha preso il 61,5% dei consensi perché la gente si era accorta di quanto stava avvenendo nel resto del Paese. In questa ipotesi, dunque, il pronostico dei media sulla vittoria democratica era fin troppo vero. Due opinioni così diverse sono una notizia terribile. È come se temendo di aver sbagliato a salire su un treno chiedessimo al controllore la destinazione e questi ci dicesse sicuro che si va a Milano per poi aggiungere che forse però stiamo andando a Palermo. 

In una società complessa come la nostra non possiamo permetterci di perdere il giornalismo, eppure questo sta accadendo. Siamo in volo cieco e conosco tanti che sorridono e si sfregano le mani perché il pilota cattivo è finalmente morto. Peccato che il volo non sia finito e se non trovassimo qualcuno che sa volare finiremo sfracellati nel peggiore dei modi perché un atterraggio non s’improvvisa. Da quando è nato internet è morta la mediazione, e la mediazione erano gli esperti di cui parlo: significa che per i nostri viaggi preferiamo le recensioni di alberghi su TripAdvisor all’agenzia dei viaggi o il forum sulle scottature da ferro da stiro al medico. Questo dà una grande sensazione di libertà, ma nessuno decide una rischiosa operazione chirurgica consultando Wikipedia. 

Tornando a Trump non possiamo essere felici di aver dimostrato che i media non capiscono e non conoscono la realtà. È gravissimo perché noi con Trump e la “sua” America ci dobbiamo vivere e convivere. È come se scoprissimo che il nostro coniuge beve. Se vogliamo divorziare è una notizia che ci farà separare prima. Ma se vogliamo rimanere, è una verità scottante e infinitamente preoccupante. In questo caso c’è una certezza: dal mondo non possiamo scendere. Per questo non sono contento di sapere che Mario Calabresi ha raccontato elezioni americane che poi non sono esistite. Non sono contento perché per votare il referendum il 4 dicembre ho bisogno di sapere cosa pensa il direttore di Repubblica. Magari per fare l’esatto contrario di quello che dice, ma proprio perché voglio fare quello che lui non dice non può farmi felice che per lui Trump o Clinton valgano l’uno per l’altro.

Un tempo, per qualsiasi campo, c’era un’assoluta fiducia verso l’élite degli esperti rispettiva, adesso andiamo contro gli esperti solo perché lo sono. Ma questo significa dare un’assoluta fiducia a degli emeriti sconosciuti. Prima c’era un’assoluta fiducia verso chi aveva studiato e sapeva: ora si ha un’assoluta fiducia verso chi è ignorante e non sa nulla. Non è una strada percorribile perché la scelta contro “gli esperti” è comunque legata a doppio filo agli esperti: ha solo il segno contrario. Non sto invocando il ritorno a una consegna in mano degli esperti a occhi bendati, a un qualcosa che sia dar loro carta bianca sulla nostra vita. Se ci hanno fregato troviamo il modo che non lo facciano più. Ma non buttiamo via tutto quello che sanno.

Se è morto il chirurgo che mi deve operare domattina alla pancia, e il suo posto verrà preso da un portantino (con tutto il rispetto) non posso esserne felice, anche se era un delinquente e ben gli sta. Siamo come degli alpinisti incrodati a metà parete (chi arrampica mi capisce).  

Non possiamo più scendere, ma non riusciamo a salire. I media sono i nostri occhi e orecchi e social e blog non possono prendere il loro posto. Quando è nata la televisione si diceva che la radio sarebbe morta. Dopo un periodo di crisi la radio ha puntato sul proprio specifico e ora è più efficace di prima. Troviamo il modo che social, blog e internet controllino gli esperti dei giornali e delle TV. Rendiamo loro impossibile – o molto difficile – imbrogliare. Ma non buttiamo a mare una parte essenziale del tessuto connettivo della nostra civiltà.

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