FIDEL CASTRO/ Un comunista rimasto “fidel”

- Paolo Gheda

Il Líder Máximo veniva dalla scuola dei Gesuiti. Marxista, nel 1962 cacciò i vescovi da Cuba senza mai definirsi in alcun modo, chissà perché, non credente. PAOLO GHEDA

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Fidel Castro con Nelson Mandela (LaPresse)

Addio Fidel, Líder Máximo, tu che fosti un guerrigliero prodotto dalla scuola dei Gesuiti, uno che nel 1962 decise di cacciare i vescovi da Cuba senza mai definirsi in alcun modo, chissà perché, non credente.

Leonardo Boff, uno dei più celebri ideologi della “Teologia della Liberazione”, ebbe modo di far notare come a suo tempo Fidel Castro avesse fatto approvare nel parlamento una legge che definiva Cuba uno Stato laico, perché, a suo avviso, si sarebbe reso conto che l’ateismo ufficiale — almeno nella forma standard sovietica — equivaleva ultimamente a definire comunque in termini “confessionali” la nazione cubana, e lui non avrebbe potuto sopportare che il proprio paese soggiacesse ad una sorta di “chiesa alla rovescia”, per quanto laicista e anticlericale, in altri termini, di lasciarlo sottoposto ad un apparato altrettanto dottrinale, e a suo avviso dogmatico (non evidentemente nel senso teologico), di quello ecclesiastico.

Se ciò non basta a far sospettare un sentimento religioso, magari segretamente nutrito da Castro perlomeno negli anni dell’applicazione più integrale del marxismo-leninismo nell’isola di Cuba, comunque qualche domanda sull’identità singolare della rivoluzione cubana, appunto “castrista”, rispetto al resto del blocco sovietico la pone. Indubbiamente, secondo Boff, sarebbe stato uno scandalo se nel quadro della guerra fredda Fidel si fosse per avventura dichiarato apertamente credente, ma a un tempo era da sottolineare che mai egli si proclamò “ateo”, e a suo giudizio non lo fu. Un giudizio, quello di Boff, supportato da un’esperienza vissuta da lui stesso dopo il suo allontanamento dalla Chiesa ufficiale in un incontro con Castro a Rio, dove lo aveva così ammonito: “Leonardo, è vero che resterai per sempre a fianco dei poveri? Bene, allora il cristianesimo si manterrà forte e solido”. La difesa dei poveri (non necessariamente quelli in senso economico, anche politico, sociale, culturale, ecc.), quelli del suo popolo e di tutto il mondo, sembrerebbe aver costituito così per Castro un anello di congiunzione tra il cattolicesimo e il marxismo, una sorta di “sostrato morale” su cui fondare un impegno imperniato primariamente sul concetto di giustizia sociale. 

Ma probabilmente fu piuttosto la consapevolezza, da statista vero, che Castro nutrì dell’ineliminabilità del fenomeno cristiano nel mondo a metterlo in condizione di guardare oltre la dogmatica leninista che riteneva la Chiesa un fenomeno residuale della società occidentale: in questo senso – in anni non sospetti – scriveva: “Noi socialisti abbiamo commesso un errore nel sottovalutare la forza del nazionalismo e della religione” (Socialismo e Comunismo: un processo unico, Feltrinelli, tr. it. Milano, 1969). 

Certo il pietismo ancora assai diffuso nella società latino-americana del dopoguerra dovette costituire in Castro — come in molti altri giovani della sua generazione — una molla reattiva verso un marxismo ritenuto allora forza antropologicamente liberante. Così il leader cubano ricordava le inibizioni giovanili vissute in famiglia, collegandole proprio al suo allontanamento dalla Chiesa istituzionale: “Quando ero ragazzino mio padre voleva che io fossi un bravo cattolico e che io mi confessassi tutte le volte che avevo pensieri impuri sulle ragazze. Così ogni sera io diventavo rosso a confessare i miei pensieri. Così successe una sera, e poi un’altra sera, e così via. Dopo una settimana decisi che la religione non era fatta per me” (Joan Konner, The Atheist’s Bible, HarperCollins, New York 2007, p. 62)

Un tipo di reazione che fa pensare ai giovani cattolici di Belfast, i quali infoltirono le file della nuova Ira nordirlandese, più o meno negli stessi anni, indottrinati da letture marxiste e della stessa teologia della liberazione, e che avrebbero spinto la loro lotta di rivendicazione civile sino al sacrificio estremo dello sciopero della fame: Fidel, primo leader al mondo, avrebbe infatti nel 1981 appoggiato la protesta di Bobby Sands e dei suoi compagni con queste nette parole: “In speaking of international politics, we cannot ignore what is happening in Northern Ireland. I feel it is my duty to refer to this problem. In my opinion, Irish patriots are writing one of the most heroic chapters in human history. They have earned the respect and admiration of the world, and likewise they deserve its support. Ten of them have already died in the most moving gesture of sacrifice, selflessness and courage one could ever imagine”.

Eppure, quanta parte di una visione cristiana del martirio per una causa sociale, se non per una testimonianza di fede tout court, fu presente nella vicenda degli hunger strikers all’interno dei “Blocchi H” del carcere nordirlandese di Maze. Allo stesso modo, si potrebbe dire che il richiamo della giustizia sociale costituì per Castro comunque un motivo di continuità con la sua educazione cattolica, e quando la gerarchia ecclesiastica, e in particolare i pontefici, cominciarono — a partire da Giovanni Paolo II — ad accorgersi crescentemente della centralità pastorale e antropologica di questo tema, lui si trovò ricongiunto a un binario che aveva forse solo provvisoriamente abbandonato. Anzi, proprio la teologia della liberazione, pure rimasta chiaramente invisa a papa Wojtyla, poté collaborare a spingere nuovamente lo sguardo del Líder Máximo su di un interlocutore come la Chiesa cattolica, anche in senso istituzionale, non più visto in un’ottica di semplice legittimatore dell'”oppressione capitalistica occidentale”. 

Tutto ciò, nonostante Giovanni XXIII — il “papa buono” che certa storiografia ha voluto erroneamente presentare come ammantato da esagerati caratteri “progressisti” —, avesse scomunicato Castro nel 1962 sulla base del decreto di Pio XII del 1949 che vietava ai cattolici di sostenere i “terribili governi comunisti”. 

Quando in quello storico 21 gennaio 1998, a L’Avana, il papa polacco scese dall’aereo salutando il “Comandante”, i due uomini, con un gesto fortemente simbolico, si parlarono guardando i propri orologi; successivamente Castro si presentò a sorpresa nell’albergo della stampa Habana libre (il suo antico quartier generale) e fece chiamare uno a uno i vaticanisti presenti, nella meraviglia generale. L’editorialista e storico cubano Enrique Lopez Oliva, segretario del Capítulo cubano de la Comisión para el Estudio de la Historia de la Iglesia en Latinoamérica (Cehila-Cuba) ha ricordato che, il 26 gennaio successivo, durante la messa ufficiata da Giovanni Paolo II in Piazza della Rivoluzione all’Avana (alla quale assistette, sempre vestito in abiti civili, lo stesso presidente Castro), una giornalista cubana gli avrebbe posto una domanda sulla religiosità del “Comandante”, e lui avrebbe risposto in questi termini: “…dato che anch’io ho studiato nel collegio gesuita di Belén all’Avana e con gli stessi professori che dieci anni prima avevano insegnato a Fidel […] lui, come tutti i ragazzi che si formarono nel collegio, ricevette una formazione religiosa che includeva la partecipazione quotidiana alla messa e le preghiere all’inizio di ogni lezione”. Lopez Oliva ha aggiunto che vide personalmente la foto di Castro tra quelle dei presidenti della Accademia letteraria “Gertrudis Gómez de Avellaneda” che dirigeva padre José Rubinos, dove ogni domenica, dopo la messa, si discutevano temi di attualità, “dove il futuro comandante fece i suoi primi saggi di oratoria”. 

Nell’occasione di quella visita, il pontefice polacco ebbe modo di parlare privatamente con Fidel, la moglie Dalia e i loro due figli e, al termine del suo viaggio, si espresse in termini di “grande fiducia nel futuro” di Cuba, ribadendo: “Costruitelo con gioia, guidati dalla luce della fede, con il vigore della speranza e la generosità dell’amore fraterno, capaci di creare un ambiente di maggiore libertà e pluralismo”.

In seguito, al teologo Joseph Ratzinger, il rivoluzionario cubano pare avesse invece richiesto approfondimenti sulla liturgia cattolica e sulle problematiche filosofiche, religiose e scientifiche attuali, facendosi inviare dei libri su questi temi. L’ancor dichiarato marxista Fidel ricevette poi in dono l’opera Gesù di Nazareth di Benedetto XVI, incontrato a sua volta dalla famiglia Castro durante la visita pastorale di papa Ratzinger a Cuba nel 2012.

L’epilogo provvisorio di questa vicenda è senza dubbio costituito dalla recente immagine di Raul Castro, presidente della Repubblica cubana, in Vaticano, ricevuto da Papa Francesco. Su sollecitazione degli Usa, Francesco è infatti impegnato nel ricercare “soluzioni umanitarie adeguate per gli attuali detenuti di Guantanamo”, ovvero chiudere la prigione nella base americana a Cuba. Il braccio destro di Obama John Kerry ne ha discusso con il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, che da ex nunzio apostolico in Venezuela ha dichiarato di credere e sperare “nell’influenza positiva dell’accordo tra Stati Uniti e Cuba in tutta la regione latino americana”.

Il mondo, forse, è veramente cambiato in qualcosa, e se questo avviene è anche perché Castro, in fondo, e rimasto “fidel” alle sue radici cattoliche.

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