ITALIANI FUORI DAI PIEDI/ Francesco, da Cambridge: ministro Poletti, ci dia ragioni per tornare

Se 100mila giovani se se sono andati dall’Italia, il paese “non soffrirà a non averli più tra i piedi”. Anche se il ministro Poletti si è scusato, gli risponde da Londra FRANCESCO MOSCONE

22.12.2016 - Francesco Moscone
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Giuliano Poletti (Lapresse)

Sono uno degli italiani con la valigia: Francesco Moscone, 42 anni, di Pescara e insegno economia alla Brunel University di Londra. Mia moglie di 40 anni, originaria del Veneto, è anch’essa docente di economia qui in Inghilterra. Viviamo a Cambridge e abbiamo tre bambini piccoli. Mi sento perciò chiamato in causa dalla provocazione del ministro Poletti rispetto ai tanto giovani che se ne sono andati dall’Italia. 

Per il ministro non è un problema per due motivi. Uno, perché il ministro conosce gente che se n’è andata via e questo è un bene per gli italiani che finalmente non se li troveranno più fra i piedi, e — due — perché gli italiani che rimangono non sono i peggiori. 

Cominciamo con la prima affermazione: chi sono realmente i centomila italiani che se ne sono andati e quanti ne conosce il ministro? Sono gente che non vale la pena di rimpiangere? Dal ministro del Lavoro mi sarei aspettato un’analisi accurata di questo fenomeno, centrata sulle cause che portano i giovani ad emigrare e sugli interventi che si devono attuare per rendere il mercato del lavoro italiano più meritocratico e competitivo. Invece no, secondo Poletti gli italiani non si devono preoccupare di questo smisurato flusso di giovani che vanno via dal nostro Paese perché sono persone che meritano di rimanere fuori dall’Italia. Mi si permetta di esprimere una fortissima perplessità. Un rappresentante del governo ha il compito di indirizzare politiche che si fondano su evidenze scientifiche, invece il nostro liquida il problema con dichiarazioni che stanno bene più sulla bocca di quattro amici al bar che in quella di chi governa un dicastero importantissimo come quello di Poletti. Se fosse stato meno superficiale, avrebbe scoperto che molti come me lavorano nell’accademia o in ruoli di vertice in grandi imprese. Io come tanti sono ben felice di lavorare in ruoli apicali all’estero ma cosa perde il nostro paese per non avere potuto offrire una chance di uguale portata? Quale incremento avrebbero potuto avere le imprese e le università italiane se fossimo rimasti? 

Non solo: proviamo anche noi a fare un’analisi costi-benefici di questa emigrazione giovanile. Quando una persona nasce, lo stato sostiene una spesa sanitaria. Poi c’è la spesa per l’asilo nido, segue quella della scuola elementare, le medie, fino ad arrivare alla spesa per le scuole superiori. Se il giovane decide di partire, lo stato italiano dovrà contabilizzare il mancato reddito prodotto in Italia, insieme a tante cose intangibili come le idee e le innovazioni. Tutto questo si traduce in mancanza di ricchezza per sostenere attraverso le pensioni gli anziani, e nella riduzione dei servizi pubblici come la sanità e l’istruzione. 

E veniamo ora alla seconda affermazione. Nessuno, né io né il ministro Poletti può stabilire se gli italiani che restano sono peggiori o migliori di quelli che emigrano. Fare questa contrapposizione è inutile e odioso.

Piuttosto, visto che siamo all’estero, invece di disprezzarci perché non tenere i contatti con noi che vogliamo ancora servire l’Italia dai posti dove siamo e quindi potremmo costituire un network naturale che potenzia e valorizza persone e prodotti italiani? E’ questione di elementare lungimiranza e intelligenza. 

Del resto l’Italia ha sempre prosperato anche per i suoi mercanti, artisti, esploratori, minatori e blue collar che hanno dato lustro al nostro paese per le egregie cose che hanno fatto e anche per le rimesse degli emigranti che hanno alleviato la nostra miseria. Perché anche oggi questa pur dolorosa e costosa emigrazione non può divenire fonte di nuovo sviluppo? Ministro, la sfida è aperta.

 

Francesco Moscone

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