BABBO NATALE NON ESISTE?/ Licenziato a Roma, intanto Gesù gioca nel Chelsea…

- Giacomo Scanzi

Un servizio del “Daily Mail” lascia senza parole: Gesù? il nuovo attaccante del Chelsea. Nel frattempo, dire che”Babbo Natale non esiste” può costare il posto di lavoro. GIACOMO SCANZI

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LaPresse

“Babbo Natale non esiste”: la frase pronunciata dal direttore d’orchestra dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, Giacomo Loprieno, al termine dello spettacolo “Disney in Concert: Frozen”, gli è costata il posto di lavoro. Un aggiornamento d’obbligo, quest’ultimo, a quanto Giacomo Scanzi scrive nell’articolo che segue. “Brainexit”: non si può uscire solo dalla Gran Bretagna (Brexit), si può anche uscire di cervello (ndr).

Verrebbe da pensare da che vi è una Brexit della cultura prima ancora che una Brexit geopolitica. Ma forse l’una tira l’altra. Sta di fatto che il panorama socio-culturale britannico mostra falle tali da rasentare il ridicolo (se non fosse che il resto del continente europeo non è messo meglio in proposito).

Agli inglesi, si sa, piacciono le statistiche e le inchieste. L’ultima, ovviamente trascinata dalle ricorrenze natalizie, ci viene offerta dal Daily Mail e riguarda la conoscenza di Gesù. Per carità, nulla a che vedere con la teologia, la storia, l’interpretazione biblica, sanscrito e quant’altro. Si tratta del Gesù borghesemente infiocchettato che campeggia nei nostri presepi sempre più illuminati dai led e animati, accanto ai rimasugli dei pastori e delle pecore, ormai azzoppati dal tempo, da personaggi di star wars, gigrobot, hobbit e harrypotteriani. Ebbene, persino Alfred Jarry si stupirebbe del presepe patafisico che i bambini britannici sono stati capaci di confezionare, stante la loro percezione e conoscenza che hanno del Nazareno. Così la grotta di Betlemme potrebbe trasformarsi in uno spogliatoio per ospitare la nudità del Gesù centravanti del Chelsea, o trasferirsi al Polo Sud, dove — i pargoli brainexit ne sono sicuri — Nostro Signore ha avuto i natali. A soffiare sul bambinello ovviamente non ci son più bue ed asino, ma la renna Rudolph, i pastori raggiungono la grotta grazie a Google Maps e i magi cambiano in corsa i loro doni con una bacchetta, una corona ed un paio d’ali. Ovviamente perché Gesù possa essere un buon concorrente per X Factor.

Ora, se non fosse tristemente rivelatore della confusione mentale — derivante da una confusione esistenziale — della new generation britannica, il quadro potrebbe davvero prestarsi ad un racconto di Quenau, ad una pièce teatrale dello stesso Jarry. La questione invece si presenta drammatica al di là della conoscenza o meno di Gesù e delle sue minime coordinate storiche. E radica nell’apoteosi dell’approssimazione, nel festival delle scemenze promosse ad opinioni, nella presunzione che la cultura possa stare in un taschino, in un guscio digitale pronto all’uso da estrarre al momento giusto e possibilmente prima degli altri.

In questi giorni si parla tanto di bufale digitali, costruite ad arte (e questo ci consola) o sparate per convinzione e condivise per religione (questo è sconsolante!). Ebbene è proprio la cultura del sentito dire elevata all’ennesima potenza, la radice di questo presepe strampalato. Una sorta di nuova Babele in cui ciascuno, non sapendo che dire, lo dice con forza e convinzione.  

Non è un caso che prima della medicina, dell’ingegneria e persino della poesia, vi è un’aspirazione radicale nelle giovani generazioni (ma non solo): essere comunicatori. Così, comunicando comunicando, ecco i mondi che crescono a dismisura, le donne cannone accedono al Nobel, nani e ballerine si riprendono il posto in prima fila guarendo gli uomini dal cancro e debellando il peggiore flagello che abbia colpito l’umanità: l’olio di palma. 

Parola, nome, cosa, realtà. La relazione è biblica e, guarda caso, logica. Il filo si è spezzato? E dove? In quale contesto? Si è interrotto nella narrazione familiare, nell’isolamento delle generazioni, nell’espulsione dei vecchi dal contesto della famiglia, nella loro estromissione dal mistero educativo. C’entrano poi quei quarantenni pallidi (in molti casi genitori dei nostri geni protagonisti) che affogano in mezzo al guado di un cambiamento epocale. Hanno abbandonato baldanzosi la sponda dell’antico mondo ma non sono mai approdati a quella promessa del nuovo regime digitale. Non sono nativi e non sono cadaveri. Sono solo senza parola che non sia quella facile e veloce delle relazioni a pelo d’acqua, da consumare nei “ti abbraccio”, negli “assolutamente sì”, negli “apericena” convocati con wathsapp. C’entra la scuola, appesantita da docenti che non sanno più sorridere, non sanno più far piangere nella lettura di un “Rosso Malpelo” qualsiasi, che non possono aiutare le giovani generazioni ad ordinare il mondo perché il loro è in disordine, assillati come sono da una burocrazia devastante e da orde di mamme social che, non avendo altro da fare, vorrebbe insegnare agli insegnanti ad insegnare.

Insomma, c’è poco da ridere. Il “dio degli inglesi” annuncia una solitudine cosmica, riempita di parole a vanvera che raccontano una vita a vanvera. Una vita piena di risposte. Le domande sono troppo impegnative, lasciamole a chi ha tempo da perdere.

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