IL CASO/ I saldi e il “bello” di quel popolo di cui nessuno parla

- Laura Cioni

Eravamo un popolo amante del bello; lo siamo ancora? Forse no, a giudicare da quello che si vede in giro. Eppure, c’è un Bello che attende solo di essere scoperto. LAURA CIONI

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LaPresse

Guardando la gente che passa per le vie affollate, come in questi primi giorni di saldi, l’occhio si posa, anche senza volerlo, sulle fogge dei vestiti, delle calzature, delle borse e l’impressione complessiva è quella di una generale sciatteria, che mal si concilia con la fama del made in Italy. Tralasciando gli spezzoni di discorsi che si odono nel rumore del traffico e che sono spesso conditi di parole volgari divenute di uso comune, basta proprio poco per accorgersi di quanto siamo diventati lontani da quell’ideale tutto italiano fatto di grazia e di “sprezzatura”, di rifiuto dell’ostentazione, che si concilia perfino con la frenesia dello shopping e più in generale con la vita quotidiana.

Si dice che i numeri dei visitatori di musei, gallerie d’arte, siti di interesse culturale sono in costante aumento; speriamo che ciò contribuisca con gli anni a rieducare gli italiani alla stima e alla cura del bello che nel nostro paese ha sempre attecchito. Perché non è questione di avere più o meno soldi, ma di un sentire comune, di un gusto che sembra essersi smarrito.

Non c’è dubbio che la Chiesa sia stata nei secoli una grande committente di opere d’arte e che tutti noi possiamo godere degli esiti di questa sua attenzione al bello, anche se oggi essa, bisogna pur dirlo, appare un po’ appannata: basta pensare al gregoriano, alla polifonia, a Bach o a Mozart e da queste altezze scendere agli scialbi canti che troppo spesso avviliscono i riti ai quali partecipiamo. Ma poco importa questa nota, dato che c’è una bellezza più nascosta e più reale anche della musica e delle arti.

E’ il volto delle persone che si accostano alla santa Comunione. Per chi scrive è una scoperta recente. Da anni ormai alcuni laici, chiamati ministri straordinari dell’Eucaristia, aiutano i sacerdoti a distribuire le particole durante le Messe in cui i fedeli siano molto numerosi. E’ un servizio utile anche a chi lo compie e può diventare un punto di osservazione che riserva delle sorprese. Quello che dal proprio banco sembra essere un insieme di gente comune un po’ annoiata, un po’ distratta, un po’ frettolosa di tornare alle proprie occupazioni, nella fila che aspetta di ricevere la Comunione appare come una serie ordinata di uomini e donne, di singoli che uno stesso atteggiamento accomuna. Per un istante mani che chiedono il Corpo di Cristo, occhi che esprimono devozione, non di rado commossa, labbra che si aprono per l’amen e per accogliere l’ostia consacrata e intanto fanno trapelare un lieve sorriso.  

Mani lisce dei ragazzi, mani curate delle signore, mani ruvide degli uomini, mani sciupate dagli anni e dal lavoro. Visi attenti delle mamme e dei papà che si trascinano dietro i bambini più piccoli o di famigliari che accompagnano gli anziani che fanno fatica a muoversi e talvolta a capire, visi raccolti nella consapevolezza della propria indegnità eppure luminosi di gratitudine. Magari non è proprio il volto dei risorti (quello che Nietzsche non vedeva nei cristiani, accusandoli), ma non è neppure molto lontano dalla gioia.

Don Giussani amava molto un versetto tratto dalla liturgia latina, oggi scomparsa o quasi. Una volta, non fidandosi della sua ottima memoria, mobilitò un intero monastero alle porte di Milano per ritrovarne la fonte e il testo scritto. Si trattava di una antifona dell’avvento ambrosiano e diceva: “Ecce Dominus veniet ad salvandas gentes et auditam faciet Dominus gloriam vocis suae in laetitia cordis vestri”. Ecco, il Signore verrà per salvare gli uomini e mostrerà la sua presenza nella gioia del loro cuore.

Nel breve istante della Comunione, questa è la bellezza che appare e che resta, raccolta e silenziosa. La bellezza che non ama la visibilità ma la permanenza interiore.

Come non amare questo piccolo popolo di cui nessuno parla, ma che c’è, fedele, ogni domenica dell’anno?

Tutti speriamo che anche i nostri anni generino qualcosa di paragonabile a Michelangelo, a Caravaggio, a Dante, a tanti altri. Ma se questo tempo confuso e violento rimanesse privo di un nuovo splendore, potrebbe sempre attingere a un tesoro più nascosto e sicuro, la fede dei semplici. 

Del resto in un frammento di tanti secoli fa, Eraclito aveva affermato: “L’armonia nascosta è più potente di quella manifesta”.

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