ROBERTO SPADA & OSTIA/ Impunità, violenza e tv: un mix letale

- Monica Mondo

Ieri Roberto Spada, uomo del clan Spada di Ostia, dopo l’aggressione alla troupe di Nemo, è stato arrestato. A Roma domina in senso di impunità che fa sentire più deboli. MONICA MONDO

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Arresti al clan Spada (LaPresse)

E’ nato prima Suburra o la gallina? Ovvero, i Roberti Spada spaccano il naso alla gente per imitare gli antieroi delle fiction criminali o sono le gettonate serie tv a far crescere emuli dei loro protagonisti? E’ una provocazione: troppo semplice in un contesto delinquenziale imputare alle mode, ai cliché il dilagare imperterrito della violenza come modalità abituale di rapporto e di reazione. Come credere che l’ipersessualizzazione diffusa possa portare ragazzine di scuola a scambiarsi immagini porno in chat. O che il lassismo e lo screditamento del sistema scolastico lascino campo agli sfascia-aule delle diverse okkupazioni. Perché il contesto conta, ispira, coinvolge, assorbe, e poco a poco cambia. Perché conta l’educazione, che passa sempre più dall’aggressività diffusa dai media, quando mancano anticorpi in classe e in famiglia, o quando le famiglie sono clan abituati all’illegalità. Le periferie, sempre più esistenziali, pullulano di ragazzi sbandati e soli, che esibiscono come marchi di virilità e forza tatuaggi coi nomi e gli slogan regalati da Romanzo criminale, Gomorra, Suburra

Abbiamo bisogno di dare altra voce al male? Crediamo veramente che abbia un effetto catartico narrarlo, come per le tragedie greche? Quanti suicidi hanno generato i dolori del giovane Werther, quante vite bruciate nei paradisi artificiali i maudits e i decadenti: l’ambito culturale condiziona, e in qualche caso determina. Non è tutto, ma quando la cronaca sovrabbonda, tocca leggere tra le righe per poter ragionare, al di là degli eventi spiccioli. Inquietanti: il video che documenta l’aggressione al giornalista della Rai, inviato del programma Nemo, mette i brividi: siamo abituati a veder sgozzare in diretta i prigionieri, le bombe cascare massacrando i civili. Una testata parrebbe ben altra violenza. E invece è la stessa rabbia cieca, selvaggia: non è istintiva, ma studiata, a beneficio degli astanti; segue un piano, un codice, e in questo senso ricorda le intimidazioni mafiose. 

L’aggettivo si spreca, e andrebbe usato con parsimonia, perché se tutto è mafia, nulla è mafia, come ricordava sempre Giovanni Falcone. Sono mafiose le baby gang che bullizzano i compagni, che violentano le coetanee, sono mafiose le bande che scorrazzano dai campi rom, dagli stadi, con la strafottenza e l’uso della minaccia come regole di vita? Non so se nel caso di Roberto Spada ci fosse la volontà precisa di mostrare il controllo della zona, di condizionare le prossime elezioni politiche. So che quel naso rotto e quel manganello armato contro giornalista e operatore sono gravi quanto una pistolettata: esprimono il senso di impunità che ci sovrasta, e ci rende più fragili e vili. 

Nelle nostre città, a Roma sempre di più, impari presto che devi sopportare le angherie, che certi quartieri sono pericolosi, che certi figuri è meglio non importunarli. Bisogna lasciarli fare, e stare alla larga. Così si soggiace alla mentalità criminale. Così si diventa omertosi. E’ impressionante la reazione della gente che ha assistito alla violenza di Spada: applausi al carnefice, fischi alle vittime, come ai carabinieri che giustamente hanno fatto il loro dovere. Hanno più paura di quelli come lui, che si fanno sentire forte e chiaro, quando lo stato tace. Se fossi un’insegnante, dalle medie inferiori in su, farei vedere ai miei studenti qualche pezzetto di Suburra, e poi il video dell’assalto a Piervincenzi e collega. E’ dall’educazione che si impara pian piano a non essere complici, per tornaconto o per paura. Ben più che dai cortei.

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