TIZIANA CANTONE/ Gip, “Procura indaghi su Facebook Italia”: archiviate sei persone per diffamazione

- Niccolò Magnani

Tiziana Cantone, gip Napoli: archiviazione per sei persone accusate di diffamazione. “Procura indaghi su Facebook Italia”. Il caso e il ruolo dei social network sul caso Cantone

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Tiziana Cantone

La Procura di Napoli ha ricevuto questa mattina un novità sul caso di Tiziana Cantone, nello stesso giorno in cui il gip Tommaso Petrella ha disposto l’archiviazione dei sei accusati di diffamazione nell’ambito del procedimento avviata a fine 2015 proprio da Tiziana Cantone in seguito alla diffusione di video hot che la ritraevano. Il gip oggi ha chiesto ufficialmente alla Procura di Napoli un supplemento di indagini sul legale rappresentante di Facebook Italia: come ricorda lo stesso Giuseppe Marazzita, legale di Tersa Giglio (mamma di Tiziana, ndr), «Non cerchiamo un capro espiatorio ma di certo la diffamazione ai danni di Tiziana c’è stata, ed è una delle cause del suo gesto». Le indagini richieste su Facebook partono da lontano, visto che l’azienda leader mondiale dei social network è stata principale strumento di diffusione dei video hot di Tiziana che hanno contribuito al senso di violenza e persecuzione avvertito, tanto da farle propendere l’assurda scelta del suicidio. 

Mesi fa il tribunale civile di Aversa aveva infatti bacchettato lo stesso Facebook proprio perché non aveva rimosso le pagine che rinviavano ai video di Tiziana Cantone dopo la diffida presentata dalla ragazza napoletana. All’epoca la multinazionale aveva risposto che non aveva ricevuto alcun ordine del giudice o del Garante per la privacy, ritenendo dunque che la diffida di Tiziana non avesse alcun valore giuridico. Ora però si chiede un supplemento di indagini con l’intervento decisivo dell’avvocato di Tiziana e Teresa Cantone: «ho sostenuto la necessità di accertare eventuali responsabilità di Facebook, anche perché il calvario di Tiziana è iniziato proprio quando ha visto il suo nome sul social associato ai suoi video pubblicati su siti porno soprattutto americani». Ha poi proseguito ancora Marazzita, come riportano i colleghi del Corriere del Mezzogiorno, «se quei video fossero stati immessi solo su questi siti, senza alcun collegamento con una piattaforma così diffusa come Facebook, probabilmente lei non ne avrebbe saputo nulla. E in ogni caso Facebook fu diffidato ma non fece nulla».



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