BIMBA MORTA DI MALARIA/ Non è cacciando una zanzara che daremo senso alla vita di Sofia

- Alberto Reggiori

Sofia Zago, 4 anni, è morta nella notte tra domenica e lunedì a Brescia di malaria autoctona. Un caso rarissimo. Non si sa come la bambina possa averla contratta. ALBERTO REGGIORI

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Lina Tomasoni, infettivologa dell'Ospedale di Brescia, risponde ai giornalisti (LaPresse)

BIMBA MORTA DI MALARIA. Ancora una volta la realtà ci sorprende e ci sbigottisce: una bimba trentina, la piccola Sofia Zago di quattro anni, uccisa da una malattia tropicale ritenuta lontana mille miglia. Mai neppure considerata. 

Eppure è successo.

La prima reazione è di dolore e di condivisione con i genitori e la sua famiglia per una perdita quasi irreparabile, per una promessa apparentemente tradita. E il pensiero, timido e tremante, che ogni vita ed ogni condizione ha un senso ed è compiuta, ma per i suoi genitori sarà necessario un lungo e doloroso cammino prima di sperimentarlo.

Poi la necessità tutta umana di darsi, o meglio di cercare una risposta razionale. Com’è possibile che un temibile parassita tropicale abbia colpito qui, a tradimento; qui dove non dovrebbe nemmeno esserci, dove non dovrebbe neppure sopravvivere? Senza trascurare poi che la domanda più frequente, spesso brandita come corpo contundente, non tarderà certo ad arrivare: di chi è la colpa? Le tragedie umane usate ideologicamente.

Eppure, scorrendo i sacri testi di medicina tropicale, la cosiddetta malaria d’importazione, contratta da occidentali in paesi tropicali e qui poi rivelatasi, è un fenomeno di non piccole proporzioni. Negli anni ottanta si denunciavano circa 3500-4mila casi in Europa. Oggi in tempi di turismo globale la profilassi con farmaci antimalarici è una regola per chi viaggia nei tropici e viene a contatto il temibile Plasmodium Falciparum, che delle quattro specie di malaria è il più pericoloso e purtroppo anche il più diffuso. Non esistono ancora vaccinazioni per la malaria confermate a livello globale, anche se ormai da decenni si cerca questa soluzione. Almeno questo ci evita il dibattito vax no-vax. 

Una situazione particolare è l’airport malaria, con casi di occidentali mai andati all’estero ma che vivono nei pressi di aeroporti internazionali e colpiti da malaria a causa di qualche anofele uscita da aerei o valigie ed andate a sfamarsi succhiando il loro sangue. Solo le femmine di anofele sono ematofaghe, il maschio si nutre di frutta. Il caso di un barista dell’aeroporto di Londra morto di malaria senza aver mai viaggiato è ormai più che proverbiale, ed ha suggerito agli infettivologi cosa indagare e sospettare.

Insomma in natura la malaria si trasmette da uomo a uomo tramite un vettore (la zanzara anofele femmina) che ha succhiato il sangue infettato dai parassiti. Altre possibilità di trasmissione sono il contatto con sangue infetto (punture con aghi contagiati, trasfusioni contaminate) o in gravidanza, dalla mamma al feto.  Non c’è evidenza di altre possibilità. La nostra piccola Sofia può aver preso la malattia in questo modo e bravi sono stati i medici di Trento ad essere arrivati ad una diagnosi che spesso è svelata solo dall’autopsia. Ma quando la malattia è a questo stadio non c’è molto da fare. I parassiti si moltiplicano in maniera esponenziale ed intasano i capillari distruggendo i globuli rossi con il risultato di un’insufficienza multiorgano. I bambini del Burkina Faso ricoverati in agosto nello stesso reparto ed affetti da malaria possono essere stati il serbatoio involontario di infezione? Può darsi, ma contemporaneamente doveva essere presente e malvagiamente pronto ad approfittare della situazione un insetto il cui habitat è di solito l’Africa, l’Asia o l’America del sud. Come mai l’anofele era in vacanza in Trentino?

Siamo nel campo delle cento pertiche. Ma dobbiamo andare avanti. Come?

Il metodo è sempre quello che il premio Nobel Alexis Carrel definiva nel famoso aforisma: “Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità, molto ragionamento e poca osservazione conducono all’ errore”. Come scienziati ma anche come uomini siamo costretti ad allargare i nostri orizzonti, ad ammettere che qualcosa di non previsto irrompe nella vita e la determina profondamente. Ammettere che una febbre inspiegabile possa essere una malattia non prevista dai limiti consolidati della nostra conoscenza può fare la differenza nella cura di un caso simile. Di conseguenza anche la sanità pubblica deve aprire le proprie porte all’impensato senza la presunzione del già saputo. Mantenendo come motivazione lo struggimento per la perdita della piccola Sofia.

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