LETTERA/ Crisi, egoismo e ipocrisia: il Natale che viene ci salva dagli idoli

In questi giorni si celebra la nascita di “qualcuno” venuto nel mondo a mostrarci che l’unica via è quella di donarci

23.12.2018 - Mauro Berti
Particolare di un presepe del Messico esposto nel 2016 al Centro culturale Rosetum di Milano (LaPresse)

Caro direttore,
sto seguendo il dibattito accanito su questa benedetta legge di bilancio
Numeri senza senso si susseguono a numeri (a loro volta) senza senso. Ognuno dice la sua per accreditarsi di un ruolo e per difendere la propria posizione.

Siamo a fine anno, il freddo avanza e con esso i pensieri sono dedicati a chi in questo momento soffre situazioni di disagio.

La vita professionale mi ha fatto attraversare tante di queste situazioni e mi sono accorto che tutto questo accade perché l’uomo sta perdendo la sua centralità.

Che senso ha sviluppare un’impresa, studiare nuovi prodotti, progettare nuovi lavori e nuovi ambienti se tutto questo non ti porta al benessere dell’uomo?

Attenzione: benessere non significa ricchezza, benessere significa gioia di vivere, speranza, dignità. Significa in sostanza godere della coscienza, tutta umana, della bellezza del vivere.

E’ comprensibile che il profitto sia il motore di ogni impresa, che ognuno debba essere gratificato in proporzione alla fatica spesa e al rischio speso. Ma se non si gode di quanto riusciamo a generare per gli altri, allora vi è un problema di disumanizzazione della società.

Si rincorrono Ebitda, Ebit, capitalizzazioni di borsa, indici e rapporti; ma alla fine capiamo che qualcosa che non va c’è e questo è negli occhi delle persone, nell’asprezza dei rapporti, nell’egoismo, nel non curarsi degli altri.

Un processo diseducativo senza fine che non sappiamo dove ci porta.

Una classe dirigente oramai indifferente a tutto salvo che al proprio tornaconto.

Posizioni occupate da persone oramai obsolete sia tecnologicamente che mentalmente.

Persone che diventano il fine di ogni loro azione, si parla del nostro futuro, della nostra società, dei nostri figli, del nostro paese: ma l’azione è volta a proteggere solo ciò che è mio.

Tutto al mio servizio.

Qualcuno mi rammenta che “io” è il peggior pronome.

E come si fa a combattere questo terribile pensiero comune che fa del successo il vero idolo dei giorni nostri?

In questi giorni si celebra la nascita di “qualcuno” venuto sulla terra a mostrarci che l’unica via è quella di donarci. Che il vero ricevere è solo il dare.

Un Dio che si è fatto uomo per provare sino in fondo cosa è la sofferenza del vivere.

Ma proprio questa sofferenza e questa infelicità (tutta umana) ci deve portare a comprendere l’altro, a compatirci vicendevolmente.

Quando si è distanti dai bisogni, non capiamo la loro impellenza.

Ed invece si levano solo voci ipocrite, che dall’alto di privilegi acquisiti per caso, insegnano ad altri a vivere nel disagio.

Lavori sottopagati in nome di profitti teorici.

Precarietà che porta all’eutanasia di una società.

Qualcuno ci ricorda che talento e potere sono responsabilità e non privilegi.

Basta parlare di categorie: imprenditori, lavoratori, banchieri, politici e via discorrendo.

Siamo uomini, ricopriamo il nostro ruolo con responsabilità e qualcosa di buono arriverà sicuramente.

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